Che si dice in Italia

Milano che fai, dormi?

Di Gabriella Patti

Letizia Moratti è maledettamente in ritardo. Il 2015 è dietro l’angolo e per l’organizzazione dell’Expo, la grande Fiera internazionale che Milano si è voluta assolutamente conquistare, il Sindaco meneghino non ha ancora avviato nulla. Per mettere in piedi una macchina come quella dell’Expo servono anni di programmazione e di lavori che rispettino i calendari. Invece è tutto fermo da un anno, sferzano i giornali a cominciare dal Corriere della Sera. Niente progetti concreti, niente appalti, niente di niente. L’impasse è provocata, guarda caso - sarà Milano ma è pur sempre Italia - dalle nomine degli amministratori che dovranno gestire i soldi. Questione di poltrone, insomma. Si litiga soprattutto sul nome di Paolo Glisenti (un passato a New York negli anni Ottanta per conto della Montedison). La Moratti lo vuole a ogni costo. In molti si chiedono il perché di tanta insistenza. Sta di fatto che, seduta dopo seduta, c’è sempre un rinvio. E, alla fine, si guarda a Roma: tanto per cambiare, a risolvere la questione sarà la politica del Palazzo con i suoi equilibri e le sue partite di "dare e avere". La capitale morale d’Italia non ci fa una bella figura.

ANCHE LA FIAT, peraltro, finisce per ricascare in un vecchio difetto. C’è la crisi e questo lo sappiamo tutti. Il settore dell’auto è in particolare sofferenza. E pure questo è risaputo. I governi, preoccupati, stanno cercando di intervenire. Compreso quello di Washington, che di solito è liberalista e lascia al mercato le sorti delle imprese. La Fiat, però, va oltre. Suona tanto come un ricatto l’avvertimento che, se non arriveranno in fretta i soldi dello Stato, potrebbero saltare ben 60mila posti di lavoro. Siamo alle solite, insomma. Come nei decenni passati la principale azienda italiana, appena se la passa male subito bussa a soldi pubblici. Da parte di un manager come Sergio Marchionne, che finora ci è sempre piaciuto e che stava riuscendo nel miracolo di rilanciare un’azienda ormai data per spacciata, la cosa non ci è piaciuta.

A CONOSCERLI, GLI ITALIANI, alla fine gli vuoi bene. Ma questo non impedisce di vederne tutti i loro difetti. Il che vale in ogni settore. Ecco, per esempio - per la serie "dicono di noi - che cosa pensano del giornalismo italiano alcuni corrispondenti stranieri e addetti stampa di ambasciate di base a Roma. Non ne esce un quadro particolarmente esaltante. Ma deve essere la verità, visto che a intervistarli è stato "Giornalisti", rivista pubblicata in comune dall’Ordine dei giornalisti, dal sindacato e dagli istituti di previdenza della stampa e che avrebbe tutto l’interesse a non far fare cattiva figura ai propri iscritti. Per il tedesco Tobias Piller, corrispondente della Frankfurter Allgemeine Zeitung nonché attuale presidente della Sala stampa estera, "il giornalismo italiano fa molto rumore, occupando intere pagine su un unico tema". Ma alle volte "dalle storie raccontate è difficile comprendere quali sono i fatti reali". "Il giornalista in Italia è molto uniformato". E poi, nota davvero dolente e che ci rende unici nel panorama internazionale dei paesi avanzati c’è la questione degli editori, i proprietari. Editori cosiddetti "puri" cioè che fanno soltanto il mestiere degli editori non ce ne sono. Tutti hanno un core business di partenza che non ha nulla a che vedere con la comunicazione. Il che "ha un prezzo". Perché l’editore "può chiedere al giornalista di impegnarsi quando vuole attaccare un concorrente dell’editore stesso o quando ha bisogno di un sindaco per un progetto di sviluppo immobiliare". Rincara la dose Eric Jozsef, corrispondente del quotidiano francese Liberation: "Il giornalismo italiano dimentica spesso di raccontare i fatti, è troppo legato alla politica e non abbastanza impertinente con i poteri". Anche per lui c’è il grave problema degli editori che, in realtà, non sono editori. "E, con l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi , il principale editore del Paese, la situazione è ancor più precipitata". Tra gli intervistati anche chi, diplomaticamente, prova a non infierire finisce con il tracciare un deludente ritratto della nostra stampa. Il giornalista italiano ha una dimensione internazionale? Certamente, risponde Nestor Ponguta, capo ufficio stampa dell’ambasciata di Colombia. Meno male, verrebbe da dire. Un momento, invece. Hanno un dimensione internazionale perché, spiega Ponguta, "tutti i Capi di Stato nelle loro tappe europee passano dal Papa e da Bruxelles, sede dell’Unione europea". Capito?