Visti da New York

L’America che non ha paura

di Stefano Vaccara

In picchiata. Così appare l’economia Usa e questa discesa senza freni sta facendo tremare il resto del mondo. Si salvi chi può, l’America crolla e trascinerà tutti gli altri nel precipizio della catastrofe economica?

Calma, a chi ha troppa paura in Europa in questi giorni gli si dovrebbe spiegare che nella mentalità, anzi meglio nello spirito americano, i grandi problemi che prima o poi toccano l’esistenza del singolo cittadino così come della nazione, non sono percepiti come insormontabili ostacoli da evitare a tutti i costi. Questi invece possono diventare anche delle opportunità da affrontare per poter cambiare, rinnovarsi, crescere, rimettersi in corsa verso il progresso. Ovvero, per poter vivere nel presente già il futuro.

Gli Stati Uniti d’America, in qualunque campo delle umane scienze, hanno accelerato il raggiungimento del progresso, rendendolo più veloce e più accessibile. L’americano non vuole solo immaginarlo il futuro per le successive generazioni, vuole lui stesso parteciparvi. La traduzione del "Pursuit of Happiness" è soprattutto questo.

Alla Casa Bianca da neanche due settimane c’è un presidente che non fa più paura, e seppur la situazione è ogni giorno "statisticamente" sempre più drammatica , gli americani hanno fiducia nelle proprie possibilità perché coscienti di esser stati di nuovo capaci di eleggere un governo competente, all’altezza dei tempi. La grande crisi economica sarà lunga e dolorosa, ma sarà affrontata e infine superata. Una sfida che per vincerla ci vorrà il tempo che ci vorrà, ma ogni americano è convinto che sarà il progresso alla fine a prevalere.

Chi crede il contrario, come abbiamo scritto commentando giorni fa il discorso di Obama, pensa che la potenza degli Usa sia quantificabile solo attraverso dati statistici. Questi annuncerebbero già il declino della super potenza, su avanti con la prossima. Ma anche il carattere americano intriso di ottimismo, giustificato ora dalla rinnovata fiducia nella certezza della propria democrazia, diventa "dato statistico": dal 4 novembre, è in ripresa. L’America è una nazione che sperimentando sbaglia quanto e forse più delle altre, ma più delle altre ha sempre dimostrato di aver la capacità reattiva di correggersi in tempo. La raffica di provvedimenti presi ogni giorno dalla presidenza di Barack Obama solo questa settimana, sono un simbolo di questo ritrovato pragmatico ottimismo nel governo democratico del più capace, un risveglio dopo il letargo terrorizzante e paralizzante del bushismo.

Obama non è un "accident" della storia, ma "the best and the brightest" leader che questa risoluta democrazia si è scelto. Come ha ripetuto Obama, le decisioni della sua amministrazione saranno solo guidate dai fatti. Questi sono già durissimi? Crolla del 3,8% il Prodotto interno lordo, peggior dato in un quarto di secolo? Si preannunciano nei prossimi mesi fatti ancora più cupi? L’America, nella dialettica democratica tra Casa Bianca e il Congresso, li affronterà con pragmatismo, sperimentando le possibili soluzioni, scartando quelle risultate inefficaci, adottandoquelle che raggiungono risultati. Dopotutto, l’agire del governo nella società è "scienza" della politica, e questa ha nell’America di Obama l’approccio rooseveltiano della "bold experimentation".

Dalle cronache dall’annuale vertice dei "guru" dell’economia mondiale appena riuniti in Svizzera, sull’America leggevamo dichiarazioni cariche di pessimismo. Così a Davos gli europei e gli asiatici prestavano molta attenzione alle critiche verso gli Stati Uniti facendo le fusa alle proposte di un Vladimir Putin, guardiano di un regime sempre più autoritario. E così anche a quelle provenienti dai cinesi, anche loro maestri nel saper tirare il freno delle libertà. Fino all’Europa del "sempre più piano senza andar lontano". Ma in tempi così gravi, serve una veloce, agile, e coraggiosa "experimentation", altro che l’illusione che la paura del cambiamento possa mantenere il benessere.

Poi sull’Italia abbiamo letto dell’ultimo rapporto Eurispes che indica il "paese reale" migliore di quello che lo governa, con un’economia "sommersa" sempre più vasta e attiva di quella "ufficiale", e con il messaggio ottimista che l’Italia crescerà già alla fine del 2009 nonostante il suo disordine politico-istituzionale. Poi leggiamo anche che la giustizia italiana è stata definita la più lenta d’Occidente, addirittura secondo dati della Banca Mondiale, si piazza dietro a quelle di alcuni paesi africani. Quando certi esperti continuano a ripetere che il sistema Italia può reggere meglio all’impatto della crisi, viene il sospetto che nel paese della grande economia sommersa, per continuar a far affari e far girare più soldi bisogna che "il palazzo" non funzioni e che la giustizia da quarto mondo "agevoli" un certo business. Ma sarebbe forse questo l’esempio di economia europea alla quale l’America dovrebbe ispirarsi?