PUNTO DI VISTA/Il salotto in guerra

di Toni De Santoli

Per secoli, anzi, per millenni, soldati o guerrieri sono stati impiegati solo quando sovrani o governi ritenevano che si dovessero tutelare con le armi gli interessi del regno o della nazione. Ma dal dopoguerra in poi, per l’esattezza dagli Anni Cinquanta in poi, questo Ordine non scritto, non codificato - poiché non v’era mai stato alcun bisogno di codificarlo – è stato sovvertito in nome di fasulli principi di fratellanza e di "solidarietà". Ormai non li contiamo più, da quanti sono, i soldati italiani, finlandesi, danesi, tedeschi, spagnoli, portoghesi, sudamericani, asiatici, polinesiani, africani, e così via, uccisi negli ultimi cinquant’anni, e soprattutto negli ultimi dieci anni, in calderoni nessuno di quali minava - neanche lontanamente - gli interessi di Roma… Helsinki… Copenhagen… Bonn e poi Berlino… Madrid… Lisbona… Brasilia… Asuncion… Dacca…

Ma oggi, con salottiera disinvoltura, con ingiustificabile leggerezza, anzi, con zelo da cortigiani e ciambellieri, si spediscono soldati a migliaia e migliaia di chilometri dalle loro case, dalle loro caserme. Si dice che tutto questo ci viene indicato, anzi, sollecitato, dalla "globalizzazione" ormai in atto da una diecina di anni a questa parte, se non di più. Il concetto (se di concetto si può parlare) è pretestuoso, perfino specioso: l’Afghanistan (nella forma "democratica" o in quella talebana) non potrà mai essere una minaccia non solo per il Paraguay o il Portogallo, per il Brasile o il Bangladesh, ma nemmeno per l’Italia… La sessantennale crisi medio-orientale non potrà comunque incidere mai sul destino del Bangladesh o della Danimarca… Ma a tanto si è giunti oggigiorno, grazie alla distorsione del pensiero democratico riaffermatosi in Europa con l’opera di Adenauer, De Gasperi, Schumann. Oggi si è pronti a sacrificare le vite di concittadini in uniforme scaraventati, sì, in modo frivolo, superficiale, in terre lontane, in contrade remote, in Paesi all’altro capo del mondo. Mandiamo a morire soldati con la stessa facilità con cui esortiamo la propria squadra di calcio a darci dentro senza esitazione… Non ci domandiamo in che stato d’animo possa trovarsi la madre di un ragazzo del Nord Europa, o della borgata romana Casalotti (!), crepato sulle pietraie afghane o in qualche altro anfratto del cosiddetto Terzo Mondo. Non ce lo domandiamo, no. Al cocktail successivo, festoso e spumeggiante, e alla presenza di donne ben consapevoli della loro avvenenza, garantiamo o confermiamo senza indugio il nostro massimo appoggio militare. E umanitario… Eccolo il comodo alibi, eccola la brillante giustificazione: l’azione è "umanitaria"! Così, si fa bella figura. Si brilla in mezzo mondo. In poche battute, si guadagnano posizioni nella graduatoria di chi è "più democratico". E "solidale"…

Un tempo, il "miles" romano affrontava marce interminabili e battaglie cruente poiché sapeva che da esse dipendeva il destino di Roma e quello degli alleati di Roma. A Valmy i francesi si batterono come leoni (e vinsero) poiché era ben chiaro nella loro mente che quella battaglia contro le coalizioni monarchiche avrebbe deciso le sorti della Rivoluzione dell’89. Così fu a Yorktown per gli americani, di nuovo per i francesi sulla Marna, per gli inglesi durante il "Blitz" del ‘40, per i nostri sul Piave e sull’Isonzo. Ci vogliono ragioni serie, concrete, saldate agli interessi morali e nazionali, per chiedere a un soldato di andare a rischiare la pelle.

Ma domenica scorsa, il governo italiano ha dichiarato d’essere pronto a inviare in Medio Oriente contingenti italiani per il controllo dei valichi israelo-palestinesi e a prendere parte ad azioni militari contro il contrabbando di armi… Questo è il salotto che si diverte con la guerra.