SPECIALE/DOCUMENTARI/Può Mussolini avere un cuore?

di Samira Leglib

Se volgiamo lo sguardo e tendiamo le orecchie ai fatti di razzismo che si stanno moltiplicando negli ultimi tempi in Italia, forse non vi è momento peggiore e suona anzi provocatorio presentare un film in cui viene data attenzione al lato umano di Benito Mussolini. Questo, dopo aver ascoltato la reazione del pubblico e le polemiche che in breve si sono sollevate, è il sentimento che resta al termine della visione di "Mussolini, l’ultima notte", scritto, interpretato e diretto da Ugo de Vita. Il film, presentato in prima mondiale dal John D.Calandra Italian American Institute con la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura, unisce elementi documentaristici, filmati originali firmati Istituto LUCE, lettere scritte dal dittatore e discorsi pubblici, alla finzione cinematografica e alla personale ricostruzione di de Vita. Cinquantatrè minuti complessivi che si aprono con gli ultimi discorsi di Mussolini, in particolare quello al Teatro Lirico di Milano nel Dicembre del 1944, per concludersi nel momento della sua fucilazione, un "sparate al cuore" che risuona inappropriatamente eroico.

Nell’opinione del Console Generale Francesco Maria Talò il cui commento ha preceduto la proiezione del film, «La chiave di questa produzione è che protagonista è un uomo. Forse uno dei peggiori ma, alla fine del giorno, anche egli era un uomo. In questa pagina di storia l’Italia è protagonista di qualcosa che è l’esatto contrario della cultura che le appartiene. Noi, in quanto Italiani, dovremmo vergognarci per essere stati capaci di supportare questo Regime e le leggi razziali. L’Italia si unì alla Germania nel più vergognoso episodio della Storia con la differenza che in Italia non si ebbe un regolare processo giuridico come quello di Norimberga che segnò un vero turning point per la Germania. Perchè non c’è pace senza giustizia. Oggi l’Italia è protagonista della lotta alla pena di morte e questo film è sponsorizzato anche dall’associazione "Nessuno tocchi Caino". Perchè non c’è giustizia in cui è compresa la pena di morte».

Al termine della visione Ugo de Vita si è reso disponibile alle domande del pubblico che non hanno tardato a presentarsi. La più impetuosa tra queste chiedeva a de Vita di porsi una mano sulla coscienza e delineare, all’interno del suo film, il confine tra la ricostruzione storica e un certo revisionismo storico che corre il rischio di presentare alle giovani generazioni italiane un Mussolini leader, trascinatore di popoli, esaltatore della Patria. De Vita si difende rispondendo: «Il film non riduce affatto la gravità delle responsabilità del Fascismo, soprattutto nella parte in cui vengono elencate testualmente le leggi razziali è palese la loro assurdità. Questo è importante se portato accanto a una dimensione umana. È inutile e pericoloso pensare al demonio, guardare alla persona Mussolini ci aiuta a comprendere il percorso di degenerazione».

Una seconda obiezione mossa dal pubblico è stata quella di non aver esposto gli avvenimenti storici in maniera sufficientemente chiara. La vicenda, nella sua breve durata, sceglie alcuni "momenti" che portano alla fine del dittatore ma sono concorde nel dire che l’esclusione di altrettanti passaggi cruciali, in particolare il disperato tentativo di fuga del dittatore insieme alla sua amante e l’omissione dei fatti di Piazzale Loreto, può suggerire una presa di posizione politica. De Vita ribatte: «Piazzale Loreto è una brutta pagina di storia e io ho scelto di non filmarla perchè fu frutto di una scelta emotiva sbagliata ma comprensibile». Poi il regista spiega a beneficio dei presenti che a Piazzale Loreto, ovvero il luogo dove furono esposti i corpi di Mussolini e della sua amante, Claretta Petacci il 29 Aprile del 1945, un anno prima furono appesi per un giorno intero i corpi torturati di quindici partigiani. Era estate, e tutta Milano fu costretta a vedere questi corpi penzolare gonfi e ricoperti di mosche. Mussolini e la Petacci furono appesi allo stesso traliccio di una pompa di benzina. Il regista giustifica l’omissione di alcuni passaggi storici con l’imprecisione dei resoconti. Le "tracce" di quello che veramente accadde a Mussolini nei suoi ultimi momenti si perdono al momento dell’intercettazione dell’autocolonna che cercava di condurlo in salvo. Su quella colonna vi era anche il nipote della Petacci, Ferdinando, allora solo un bambino e oggi l’unico testimone vivente di quei fatti.

Il film verrà presentato il prossimo Febbraio a Roma presso la Camera dei Deputati e verrà accompagnato dall’uscita del libro, "Si fece giorno", sempre di Ugo de Vita.

Anche se de Vita rimarca orgogliosamente il peso della sua interpretazione teatrale ed è ben sicuro, avendo iniziato a recitare insieme a Dario Fo e Franca Rame di quale sia il suo "posto" politicamente parlando, anche chi scrive ha dei dubbi che questo film possa adempiere ai suoi buoni propositi. Valide quindi le preoccupazioni espresse dal pubblico in sala e nell’affermazione, riportata dal regista, di Giuliano Montaldo –che ci regala un’interessante prefazione al film- e che gli disse:«Se fai questo film, tiri su mezzo milione di fascisti in più in Italia». E con tempi storici e politici in cui viviamo oggi, anche fosse uno soltanto, sarebbe di troppo.