Il rimpatriato

Niente onori a Bush

di Franco Pantarelli

Ah, che voglia di essere ancora negli Stati Uniti ho provato quando ho visto alla tv Barack Obama subentrare a George Bush! Forse non sarei andato a crepare di freddo al Mall in mezzo a quei quasi due milioni di incoscenti che sono rimasti lì per ore, assieme a quelli ancora più incoscenti che per essere lì avevano addirittura viaggiato tutta la notte. In fondo, mi sarei detto, l’altezza delle sue qualità Barack Obama la deve ancora dimostrare in concreto, c’è tempo per abbandonarsi alla gioia per la sua elezione, e mi sarei guardato la cerimonia al calduccio. Una cosa di cui sono invece sicuro è che avrei fatto di tutto per andare a vedere da vicino la partenza da Washington di George Bush, visto che la bassezza delle sue, di qualità, ha avuto modo di mostrarla ampiamente.

Lo so, non è carino dare addosso agli sconfitti. I veri signori li trattano con generosità, come ha fatto Obama che ha ringraziato il suo predecessore per "il servizio reso alla nazione". Ma a parte il fatto che non sono un signore, non mi pare proprio che nel caso di George Bush debba valere la regola del cosiddetto "onore delle armi". Non c’è nessun onore nell’inventarsi ragioni inesistenti per scatenare una guerra e causare la morte di 4.229 giovani americani in divisa e una sopravvivenza estremamente difficile a 43.993 loro commilitoni che dall’Iraq sono tornati cechi, senza una gamba o un braccio, menomati mentalmente, eccetera, e ancora meno onore c’è nello sbattere in un posto chiamato Guantanamo centinaia di persone che per poterle accusare di qualcosa ci vogliono le torture.

E poi Bush non è stato sconfitto, o almeno non lo è stato tecnicamente, cioè nel senso di battuto in una disputa elettorale. La sua partenza da Washington è stata niente altro che il normale epilogo di un mandato presidenziale che raggiunge la scadenza prevista dalla Costituzione. A determinare il senso di sconfitta che in qualche modo ha caratterizzato la sua partenza è stato lui medesimo, che dopo otto anni di menzogne, di idelogismo sfrenato, di "con noi o contro di noi", di "è stato Dio a dirmi di attaccare l’Iraq", di "ottimo lavoro, complimenti" a chi aveva lasciato sole le vittime di Katrina, ed anche di gaffes ridicole e colluttazioni all’ultimo sangue con la lingua inglese, si è ritrovato ad andarsene inseguito dalle parole spietate dei commentatori (la più bella sintesi, quella di David Sanger: "Abbiamo seguito una strada che ci ha lasciato meno ammirati dai nostri amici, meno temuti dai nostri nemici e meno capaci di convincere il resto del mondo che il nostro sistema economico e politico vale la pena di essere emulato"), dagli storici impegnati a discutere se assegnargli la palma di peggiore presidente della storia americana e soprattutto dall’enorme sospiro di sollievo per la sua partenza che è sembrato tanto possente da scuotere i quasi due milioni di infreddoliti nel Mall, i tanti invitati presenti nel grande palco, la quasi totalità di coloro che seguivano la cerimonia alla tv, l’incerto giuramento nel quale Obama e il presidente della Corte Suprema si sono rimpallati le papere e perfino l’incredibile cappello di Aretha Franklyn.

Ma non si fermerà rapidamente quel sospiro di sollievo, man mano che i provvedimenti del nuovo presidente prenderanno a ripulire la grande sporcizia lasciata da Bush. L’indomani è subito arrivato il blocco degli processi contro quelli di Guantanamo; poi è stata la volta della revisione delle capriole giuridiche con cui Bush e il suo complice Antonio Gonzales hanno giustificato la tortura e certamente sarà seguito tante altre "cancellazioni", visto che le cose da "rivedere" nell’amministrazione Bush - specialmente sulle cose che sfidano la Costituzione, i trattati internazionali (la Convenzione di Ginevra) e anche il più elementare buon senso - sono proprio parecchie.

Onore delle armi a uno così? Semmai la delusione per il fatto che non finirà mai davanti a un tribunale a rispondere delle sue malefatte.