POESIA/Angelo Barile, il poeta dei silenzi

Di Rodolfo di Biasio

Ci sono poeti che hanno il coraggio di affidarsi a pochi libri, a poche carte testimoniali, capaci di certificare la qualità del loro lavoro. E tra questi pochi libri un silenzio tenace, ma non assente nei confronti di quanto viene prodotto. E’ proprio in questo silenzio che la loro voce si definisce e si fortifica per una doppia ragione: da una parte la sempre maggiore urgenza di essere fedeli alla propria vocazione e dall’altra - ed è conseguenza della prima - l’urgenza della parsimonia.

Angelo Barile è uno di questi poeti. Tre soli libri dal 1930 al 1965, un arco di tempo cioè in cui la poesia passa dalle forme codificate della linea ermetica o di quant’altro alle sperimentazioni della neoavanguardia, un vero e proprio cataclisma da cui la poesia di Barile sembra essere immune, non tocca, proteso com’è il poeta a cercare di definire la sua voce. Una voce che doveva infine avere per lui in sé "la chiara onestà" di fronte a quelli che Barile chiamava i "vizi" di tanta produzione in versi.

E così Barile precisa nella postilla al volume che raccoglie tutte le sue poesie: «Di fronte all’ossessiva monotonia delle voci, spesso afone e desolate più di una povera prosa, invocavo il canto: almeno un principio, un’anima di canto, se non era più possibile la virtù, lo sviluppo, la chiara onestà di una voce… Indicavo, insomma, forse parlando a me stesso, la necessità di fondere insieme i contrari: intensità e chiarezza, spontaneità e rigore, in una poesia non cifrata, non ingrata, giusta di forza e di vitali armonie. Non è, la poesia, un equilibrio di resistenze? Il giuoco della libertà più aperta nei termini della legge più rigorosa?»

Binomi fermi questi di Barile: "intensità e chiarezza" e poi "spontaneità e rigore". Ne vien fuori una poesia che nasce per così dire da un processo di fusione continua, fredda al modo scientifico per tendere a "quell’equilibrio di resistenza", per applicare al verso insieme la libertà e le leggi rigorosissime della poesia, quelle leggi che già applicavano i "Maestri cantori di Norimberga".

Barile sa, lo sa benissimo, che il bosco della poesia è sterminato, impercorribile e non dicibile da una sola voce, anche la più possente ed allora lui, il poeta dei silenzi, nel percorrerlo coglie quei pochi rami che gli si confanno e che lo connotano: "In compagnia di un bel verso / Ora cammino solo e leggero, / forse ho strappato un ramo sincero / nel bosco dell’universo".

Appunto, il ramo "sincero" ("onesto" direbbe Saba) quel ramo che spietatamente Barile insegue e che "a tempo giusto" lo porta a riannodare "il filo spezzato del canto". Il filo pare spezzato in Barile perché nella sua scrittura si assiste ad una sorta di intermittenza attiva.

Mi pare che si stabilisca nel suo far poesia un gioco di pesi e di contrappesi costante: da una parte l’urgenza di dirsi e di dire la sua geografia e l’umanità che gli è intorno e che è costantemente il suo punto di riferimento e dall’altra l’intimo avvertimento a frenarsi, a lasciar decantare, per poter cogliere finalmente il momento pieno della poesia.

Non saprei dire quanto di progettuale o di istintuale ci sia in questo atteggiamento di Barile, ma una cosa è certa: il corpus della sua poesia da "Primasera" a "Quasi sereno" e infine a "Sole breve" denunzia una tenuta di canto e di temi che portano il lettore a chiedersi se alla fine le tre raccolte al di là di certi prosciugamenti stilistici in virtù dello stabilizzarsi dei temi non costituiscano un solo libro, quel libro dell’anima a cui Barile tende e che riesce per sua fortuna a lasciarci dopo un lavoro fatto di fedeltà e di parsimonia, dove la fedeltà è data dall’adesione attiva e partecipe al suo piccolo mondo e la parsimonia è data da quell’intermittenza (dai suoi silenzi) che egli avverte come componente fisiologica e non eludibile del suo far poesia.