BEL CANTO/Joe Salvati come Caruso?

di John Cappelli

Chi avrebbe mai pensato che il gentil signore che siede alla tavola accanto alla nostra, e che all’udire il batterista alla keyboard avviare l’aria operatica, subito l’intona… calcò tempo fa i palcoscenici del Met al 1425 di Broadway, di Carnegie Hall, della Manhattan Opera, della Fisher Concert Hall? Parliamo di Giuseppe Salvati. Noi italiani siamo convinti d’avere il dono della spontaneità nel cantare e di capire al volo la bellezza d’un motivo, dato che veniamo dalla terra dove il sì suona, la terra del bel canto.

Di luogo comune in luogo comune andiamo alla storia di "Joe" Giuseppe Salvati arrivato in America ai 16 anni con tutta la famiglia dal natìo Abruzzo, e ci dice subito: «Mamma mi mandava a mente lirica sublime sin da bambino, e il babbo era primo cugino della soprano Rosa Ponselle. Scoperta da Enrico Caruso la "divina" Rosa, nata in USA e suo padre appunto era Bernardino Ponzillo chietino di sotto la Maiella».

E dire che la giovane abruzzese fu Leonora a fianco di Caruso nella prima del Met nel 1918 della "Forza del destino" - quelle stesse corde vocali di famiglia troviamo nel tenore drammatico "spinto" Giuseppe Salvati. Egli continua a dirci: «A Newburgh UpState New York presi lezioni formali di canto e musica, e a 17 anni recitai nel mio primo concerto, alla High School. Fortuna volle che quella sera mi "scoprì" il maestro d’orchestra del Metropolitan che era tra il pubblico, Francis P. Loubet, che diventò il mio manager sia per il Met che per la Carnegie Hall in ruoli tenorili sino a 26 anni, quando dovetti lasciare perché mi afflisse una malattia epidermica - ne rimasi devastato, un’interruzione nel fior della vita della mia carriera sulle panche del palcoscenico».

Quanto durò quella prima fase, sig. Salvati?

«Sei anni, il mio manager era rimasto stupito della portata della mia voce, degli "high C" e dei "do", ma al vedermi con quelle chiazze bianche in volto e sulle mani durante i duetti passionali, i soprano.non volevano che le toccassi, e a nulla valse che le assicurassi non ero contagioso».

Caro Giuseppe, scherzo, per non lasciare una carriera degna di Caruso e Pavarotti, lei sarebbe dovuto passare quale un devoto d’un "Ballo in maschera". Scherzi a parte: il nostro Joe continuò le lezioni del bel canto, e per anni ed anni deliziò i suoi compagni di lavoro in officina, dove, come fa nei ristoranti, scoppiava alla prima possibilità di render "’E lucean le stelle", "Vesti la giubba" o "Che gelida manina", o "Tu m’addiciste sì ’na sera e maggio" la capacità di Joe Giuseppe di render anche la musicalità della canzone napoletana ha dello straordinario.

«Seppure nato il primo novembre 1927 a Colle di Macine, a Chieti in Abruzzo - aggiunge Joe - l’amicizia che sviluppai in America coi napoletani m’imbottì della pronuncia particolare del partenopeo, e mai mi sarei sognato d’intonare "Malafemmena" o "’O sole mio" senza darne le sfumature accorate del dialetto napoletano».

Se Caruso fu il sommo artista che ci diede "Casta Diva" con Rosa Ponselle, il maestro nella vita di Joe Salvati fu Constantine Callinicos, che condusse tra l’altro The Pacific Opera Company di San Francisco, molti RCA Victor red-seals, nonché creatore dell’Operalogue.

Un attestato di Callinicos per Joe Salvati dice tra l’altro: "Voce d’una qualità bellissima e d’una ampiezza rara, la tecnica insuperata della sua voce gli permette di metterci tutta l’anima e il cuore".

Musica lingua universale, e questo dice un greco d’un italiano, tanto siamo cugini coi greci che ci portarono nella vera e grande civiltà - non so se in un ristorante ellenico scoppiano a cantare come facciamo noi - non è che io sia sempre pei ristoranti, una volta tanto però lavoro… ma mi è capitato di assistere in ristoranti in Granada in Spagna a scene simili di commensali che s’uniscono al cantare con l’artista, idem in Budapest in Ungheria, idem a la Habana a Cuba, altro che "nostra" prerogativa... tutto il mondo è paese. Ho intervistato Luciano Pavarotti ma solo per telefono - un mio collega David Horowitz, appassionato di musica operatica e morto a 99 anni e mezzo nel 2002, fu ragazzo di camerino per Enrico Caruso, e ascoltare Joe Salvati mi dà l’impressione di riascoltare Caruso.

 

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