CINEMA/Lizzani e il furto della sua penna compiuto da... Gorbachev

di Carole Chazin

Durante un recente viaggio a Roma, il regista Carlo Lizzani, 86 anni, è venuto a trovarmi a colazione all’Hotel Locarno. «Oggi - ha esordito - voglio farti una sorpresa. Ti porto a vedere un museo privato». Abbiamo lasciato l’hotel e girato l’isolato in direzione Piazza del Popolo. Davanti a un largo edificio Lizzani mi ha detto: "Qui ci vive Lina Wertmüller". Era una giornata piena di sole, verso la fine dell’isolato siamo passati dinanzi ad un venditore ambulante di rose. Attraversata la strada siamo entrati in un piccolo androne per montare su un vecchio ascensore da quattro posti. Al terzo piano, la mastodontica porta ci ha condotto direttamente dentro un ufficio-appartamento. Il corridoio separava stanze opposte dentro cui erano al lavoro alcuni impiegati. Seguii un cenno di Lizzani, il quale non parlava. Alla fine del corridoio siamo entrati dentro un soggiorno ricolmo di libri. Ero ancora stranita.

Nel frattempo, continuavo a domandarmi se esiste un artista italiano vivente dalla carriera più variegata di Carlo Lizzani. Nel cinema ha iniziato attraverso la co-sceneggiatura di "Riso Amaro" (1949). Ha poi lavorato come assistente alla regia, critico, editorialista per giornali e riviste nonché autore di libri. Più in là avrebbe diretto pellicole con attori come Marcello Mastroianni, ad esempio "Cronache di poveri amanti" (1954), e con tutti i volti di prima grandezza dal neorealismo in avanti.

Lizzani è perfettamente in sintonia con le difficoltà dell’economia italiana e ha diretto documentari di vario respiro geografico trasmessi dalla Rai. A New York ha girato "Crazy Joe" (1974) per Dino De Laurentiis, divenuto un "cult". Ancora oggi continua a ricevere premi e riconoscimenti nei festival ed è al lavoro su programmi televisivi da trasmettere in diretta via internet.

Mi sono ridestata quando ho notato una donna venirci incontro lungo il corridoio. L’ho riconosciuta non appena si è avvicinata, Giovanna Cau, 85 anni, decana degli avvocati, vestita con colori autunnali, un’ondeggiante collana di pietre rosse al collo. Con il saluto, la magia di quel luogo non s’è interrotta perché la sua è una presenza ammaliante, com’è stato evidente dal giro che ci ha offerto, dell’ufficio e delle pareti ricoperte di cimeli. Carlo Lizzani da 50 anni le è amico e cliente.

Mentre si toglieva la giacca, Giovanna Cau ci indicava i personaggi ritratti dalle foto alle pareti, alcuni dei quali ho riconosciuto. Marcello Mastroianni, Federico Fellini, scrittori e registi, ma nessuna traccia di Lizzani. Giovanna Cau prendeva brevi boccate di fumo da lunghe e sottili Rothman, spegnendone una nel posacenere per accenderne immediatamente un’altra. Dopo aver parlato con affetto dei suoi clienti, ha espresso il desiderio che il computer non fosse mai stato inventato, nel ricordo di quando poteva incontrare i clienti personalmente e cenare con loro. Adesso, la comunicazione è istantanea grazie alle email. Con Lizzani condivide ricordi di tanti serate culturali.

Quando l’allora premier Mikhail Gorbachev ha organizzato un convegno internazionale per artisti intellettuali alla fine degli anni ’80, sia Mastroianni che Lizzani hanno accettato l’invito. Mentre era in fila per il ricevimento, Mastrioanni espresse il desiderio di aver firmato il programma da Gorbachev. L’interprete lo riconobbe poiché il cinema italiano degli anni ’50-’60 era popolare tra i russi e per lo stesso Gorbachev. E così al premier ha presentato Mastroianni e Lizzani come due assoluti maestri, mentre quest’ultimo prestava a Gorbachev la sua penna d’oro per l’autografo. Neanche il tempo di firmare, che la folla ha diviso il gruppetto mentre nelle mani di Gorbachev rimaneva la penna di Lizzani. "In quel momento - ha ricordato il regista - ero felice perché pensavo che Gorbachev avrebbe potuto firmare uno storico documento con quella penna, magari un trattato di pace". Una volta in Italia, Mastroianni ha chiesto a Lizzani: "Ci credi ancora nel comunismo? Dopo tutto Gorbachev ti ha rubato la penna…"

Una volta Lizzani pensò che mi avrebbe fatto piacere visitare gli studi di Cinecittà fuori Roma. Mi ha così portato a guardare il Maestro al lavoro. Allora avevo diretto un solo documentario, mostrato al Museum of Modern Art nella serie "What’s Happening". Fellini era impegnato a girare di nuovo alcune scene di "Casanova" (1976) con Donald Sutherland perché i negativi erano stati rubati. Durante una pausa, sono stata presentata a Fellini come una giovane regista. Un po’ imbarazzata, risposi di aver girato un solo film. In inglese, Fellini mi rispose: "Per diventare regista ce ne vuole solo uno". Lo ringraziai, e tutto quello che mi uscì dalle labbra fu "Vero". Quel momento fu anche catturato da un fotografo.

Giovanna Cau si girò e ci indicò il tavolo alle nostre spalle per descriverci le foto che vi erano poste. Carlo mi spiegò che quell’ufficio era per lui un museo privato, sebbene Giovanna Cau lo consideri una galleria di personaggi del cinema, soprattutto clienti. Poi disse qualcosa che mi sorprese: "Adesso conosci questo ufficio. Forse in futuro quando vieni a Roma, puoi visitarlo ancora. Io sarò su quel tavolo con tutti i miei amici", disse, indicando le foto sul tavolo di Giovanna, dove trovano spazio solo personaggi che non sono più in vita. Mi sembrò come un testamento per chi pensava di morire a breve. "No - rispose - ma non dimenticarti che ho oltre 80 anni".

Una volta tornati in strada, all’angolo dove sostava la bancarella, Carlo mi regalò due dozzine di rose arancione mentre ricordava che per decenni lui aveva venduto fiori proprio in quell’angolo. Mastroianni lo salutava sempre ed era uno dei clienti migliori.