SPECIALE/MOSTRE/L’arte di volersi bene

di Olivia Fincato

"Every work of art is the child of its age and, in many cases, the mother of our emotions" scrive W. Kandinsky in Concerning the Spiritual in Art, 1910. E se pensiamo a oggi e a tutto quello che sta succedendo, di cosa è figlia e di quali emozioni è madre l’arte contemporanea?

La perdita globale di certezze, sia economiche che sociali, e il perenne stato di preoccupazione e precarietà stanno senza dubbio lasciando spazio ad altro. E questo "altro" non è necessariamente negativo, anzi. Se il mondo esterno si sgretola, quello interno, quello più intimo, acquista un maggiore rilievo. Ed è un bene da non sottovalutare, perchè grazie all’introspezione possiamo riconnetterci al nostro io più autentico, alla nostra dimenticata spiritualità. Se desiderate capire un po’ più da vicino come questo nuovo scenario stia influenzando il mondo dell’arte contemporanea, recatevi alla mostra Parsig Spirituality curata da Micaela Giovannotti inaugurata lo scorso 10 gennaio e visione fino al 17 febbraio 2009 presso la galleria Affirmation Art (325 West 37th street). Sono dodici gli artisti coinvolti, tra cui anche l’italiano Andrea Galvani, provengono da tutto il mondo e in qualche modo sono tutti legati o lavorano a New York. «Dopo un periodo di "sovrabbondanza" in un mercato d’arte come quello newyorkese, parlando con gli artisti ho percepito il loro bisogno di ricominciare, partendo da se stessi» ci spiega la giovane curatrice romana oramai trapiantata oltreoceano da dieci anni. «Questa immagine ad esempio esprime tutto quello che volevo comunicare con la mostra Parsing Spirituality e fa leva sull’opposto di quanto raffigurato» continua Micaela di fronte a Coddle di Janine Antoni.

L’opera mostra una donna, l’artista stessa, nell’atto di abbracciare il suo piede. La luce, l’inclinazione del capo, lo sguardo di devozione verso l’oggetto d’amore ci riconducono immediatamente all’iconografia religiosa della Madre con il Bambino. Tuttavia il sentimento è un altro.«Il messaggio che desidero trasmettere non ha nulla a che vedere con la religione» continua la curatrice mostrando come quell’immagine stupenda inviti a un raccoglimento verso se stessi, a un volersi bene, in una dimensione più spirituale, meno legata agli aspetti materiali della vita. E proseguendo attraverso la mostra ci accorgiamo che tutte le operano comunicano, attraverso immaginari e tecniche diverse, il passaggio verso un altrove magico, intimo e introspettivo. Abbiamo incontrato l’artista, segue l’intervista

Perché hai scelto questo tema?

«Facendo molti studio visits, incontrando artisti e discutendo con loro dei temi su cui si concentrano in questo momento di recessione economica e instabilità politica è emerso il tema dell’introspezione, della ricerca in sé stessi, della spinta a prendersi cura delle loro vite, dei loro corpi. Questo è un argomento che, vista la situazione d’incertezza globale, sta avendo sempre più interesse non solo da parte degli artisti ma anche di curatori e critici»

Affirmation Arts, lo spazio che ospita questa mostra è particolare nel senso che cerca di portare l’introspezione artistica verso l’esterno, creando un ponte di comunicazione e scambio tra l’arte e la comunità circostante.

«Affirmation Arts cerca di creare dei punti di contatto tra artisti emergenti internazionali che vivono a New York e le diverse comunità di quest’area di Manhattan, possano essere queste scuole pubbliche, centri per anziani o centri d’accoglienza. Un’esposizione d’arte può essere dunque l’occasione per aprirsi e creare una sinergia sui temi trattati»

Che influenza ha avuto questo spazio sul tema trattato?

«Sicuramente quando penso ad una mostra e la concepisco cerco di renderla più site-specific possibile. A livello architettonico, Affirmation Arts, con i suoi soffitti altissimi, le pareti di vetro e la simmetria tra spazi espositivi bianchi e trasparenze mi ha dato una grande libertà a livello di allestimento. Questo spazio è adatto a ospitare lavori diversi e di gradi dimensioni, dalla fotografia all’installazione e sicuramente lascia allo spettatore il giusto respiro per connettersi alle opere esposte»

Raccontaci un po’ del tuo percorso sia personale che lavorativo e della scelta di trasferirti a New York.

«Il passaggio tra Roma e New York è stato graduale, per due anni ho avuto la fortuna di poter vivere alcuni mesi qui e alcuni a casa. Ancora oggi sono legata all’Italia per questioni sia personali che professionali e quindi non c’è mai stata una frattura, anzi. Appena arrivata ho voluto capire cosa desideravo veramente fare. Io ho una formazione di tipo legale, ho fatto legge, ambito completamente diverso. Tuttavia ho sempre avuto un profondo interesse per il mondo delle arti e una volta a New York mi sono ricostruita una carriera. Ho iniziato al Whitney Museum come intern, poi ho cominciato a scrivere come corrispondente per la rivista d’arte Tema Celeste e da lì è nata una collaborazione di sei anni. La differenza del modo di lavorare italiano e americano in questo settore la noto più ora che collaboro con diverse organizzazioni artistiche e gallerie. È difficile fare un paragone, perché la mia carriera nell’ambito dell’arte contemporanea è nata qui».

È curioso che molte persone con esperienze alle spalle completamente diverse vengano a New York per ricrearsi e seguire quello che realmente vogliono fare.

«Si sono perfettamente d’accordo. Io penso di essere riuscita a re-inventarmi proprio venendo in questa città. Qui, essendoci una grande pressione a tutti i livelli nella carriera professionale, sei stimolato ancor più a raggiungere quello che vuoi essere. Questo non penso sia possibile in Italia. A New York se uno lavora ci sono conferme e si possono raggiungere degli obiettivi, partendo da un sogno».

So che sei una mamma, come riesci a bilanciare la carriera di curatrice e la crescita di tuo figlio?

«Il mio bambino ora ha 7 anni e fino ad ora sono riuscita a bilanciare le due cose. Lavorare come freelancer mi ha consentito di avere il tempo per prendermi cura di lui. D’altro canto viaggio molto quindi devo sempre trovare un compromesso, quando era piccolo lo portavo con me, ora con la scuola devo organizzarmi in base al suo calendario. Cerco di coinvolgerlo più che posso in quello che faccio. Quando gli chiedono "Cosa fa tua madre?" per lui è un po’ difficile spiegare. Sabato è venuto all’inaugurazione e dopo aver visto cosa aveva fatto la sua mamma, era felicissimo. Io ho sempre pensato di essere una mamma al cento per cento proprio perché faccio questo lavoro, quando torno a casa da lui torno felice».

 

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ANDREA GALVANI: INTELLIGENZA DEL MALE #5

TEATRALE TRAPASSO DI EMOZIONI

Per la collettiva Parsing Spirituality l’artista veronese Andrea Galvani in residenza a New York presso Location One presenta “La morte di un’immagine#5. Quest’opera estratta dalla Triolgia dell’intelligenza del male (2006-2007),presentata in anteprima europeapresso Circuitin Svizzera in occasione di Art Basel, rappresenta in un certo senso il cardine attorno al quale si sono sviluppati diversi lavori appartenenti a questo ciclo.L’immagine ritrae il padre dell’artista stagliato come una statua di cera al centro di un ghiacciaio a 3200 metri di altitudine lungo il confine austriaco.Nelle mani stringe due candelotti fumogeni da stadio, fatti detonare in mezzo nell’atmosfera nebbiosa. Un’immensa massa di fumo nero lo avvolge violentemente, sottraendolo alla vista, cancellando la sua stessa figura.L’intelligenza del male #5 è, prima di tutto, la teatrale messa in scena di un trapasso.”