PRIMO PIANO/MOSTRA FOTOGRAFICA/Donne contro la ’ndrangheta

di Michelina Zambella

Per la prima volta Aurelia ha volato e addirittura è arrivata oltreoceano per raccontare, tra emozione e felicità, che il suo paese è finalmente pronto a ripartire. Lo dice la sua immagine, insieme alle altre messe in esposizione e in vendita alla Onishi Gallery di Chelsea, dall’8 al 21 gennaio 2009. La mostra, intitolata "XX Women Made in South of Italy – XX Donne create nel sud Italia", è stata curata da Rosy Canale e Pamela Cento che sono riuscite a portare a New York i volti delle donne di San Luca, un paesino in provincia di Reggio Calabria, noto per i fatti di cronaca associati alla ndrangheta. Attraverso opere inedite di fotografia, videoarte e installazioni, la mostra rappresenta la prima tappa di un progetto socio-artistico-culturale molto ambizioso. «Un progetto positivo per un Meridione continuamente sotto attacco, nato da un tam tam di gente che si è di volta in volta appassionata», ha spiegato Pamela Cento. Lei, artista e curatrice di esposizioni internazionali di arte contemporanea, nel suo video parla dell’idea di bellezza in una San Luca purtroppo amara e cupa. Un fotoromanzo digitale a cui è seguito "Verso San Luca", il libro che presenteranno all’Istituto di Cultura Italiano di Berlino il 4 marzo 2009.

«"XX Donne create nel sud Italia" è un evento artistico unico nel suo genere, con cui intendiamo comunicare all’Italia e al mondo intero che San Luca, in passato punto focale della ndrangheta, oggi è un paese animato dai valori di risanamento e di pace»- ha specificato Rosy Canale, fondatrice del Movimento Rosa delle Donne di San Luca, da cui l’intero progetto ha preso ispirazione e a cui è dedicato.

Nicola Bettale, Nadia Cadeddu, Alberto Cecchi, Pamela Cento, Monica Di Brigida, Pierluca Di Pasquale, Gianni Godi, Francesca Lepori, Filippo Malice, Roger Nicotera, Emanuela Passacantilli, Rosella Sale, Gianluca Tamorri: sono tredici gli artisti che, in un workshop di cinque giorni presso il paese, sono venuti a contatto con le donne del luogo, raccogliendo quella materia collettiva indispensabile a dar vita ad un percorso espositivo denso e variegato. Una full immersion, degna di un etno-antropologo, che li ha introdotti a riti ed usanze locali, a conoscere la semplicità della vita quotidiana, fatta di pane e agricoltura, di donne che lavorano duro per mandare avanti la casa. Tra una notizia e l’altra e, purtroppo, tra notizie di cronaca nera.

La domanda nasce, dunque, spontanea: Quanto è stato difficile approcciarle, laddove l’occhio "spione" dell’artista può turbare l’indiscrezione di una vita trascorsa tra le sole mure domestiche e tra compaesani, dove tutti si conoscono e tutti sanno tutto. Immagino ci sia stata molta riluttanza?. «Inizialmente sono state molto riluttanti, poi- commenta la Cento mentre osserviamo alcune immagini - si sono liberamente proposte e prestate come soggetto di questi fantastici scatti». Le donne di San Luca sono, dunque, venute allo scoperto. «Sono donne come tutte le altre. Aurelia è una di loro, ma ha scoperto mentre ci aiutava di avere la passione per la fotografia» - ha spiegato Rosy Canale.

Calabrese di nascita, la Canale è stata essa stessa vittima della ndrangheta per aver detto di no allo spaccio di droga che le era stato "proposto", nel suo locale. Dopo aver trascorso circa nove mesi in ospedale, ridotta in gravissime condizioni, la Canale è stata messa sotto protezione e, insieme alla figlia, si è rifatta altrove una nuova vita. Ma la sua testardaggine l’ha avuta vinta e l’ha guidata laddove la ndrangheta era maggiormente radicata, a San Luca. «Ho sempre creduto che il bene esista anche laddove il male sembra prevaricare. Ho deciso di trasferirmi, anche solo per capire, nel punto in cui la ndrangheta ha fatto più vittime, nonchè proseliti». "Angelo bianco", così era stata soprannominata dai bambini di San Luca a cui Rosy donava caramelle. Dolcemente, dunque, la reciproca conoscenza si è avviata in quello che era destinato a diventare un luogo tetro, buio e senza speranze. «Le donne di San Luca sono innanzittutto mamme, mogli, sorelle che, imparentate per questioni di sangue alla ndrangheta, vivono nella loro realtà proteggendone i loro uomini. Ma questo non significa che loro siano cattive. È la realtà in cui vivono che le induce ad agire come poi fanno, senza tradire i loro consaguinei».

Parole che la Canale ripete, nonostante possano portare a credere che il suo sia uno schieramento con la malavita. In realtà, la sua è la controazione: agire dal basso, dall’interno. Un lavoro difficile, dunque. Ma proprio per questo entusiasmante, avvincente, speranzoso, che la Canale porta avanti, col sostegno anche delle istituzioni locali e degli artisti, affinchè queste donne possano capire che i loro figli hanno un’alternativa. Affinchè loro stesse abbiano un’alternativa.