PUNTO DI VISTA/Firenze, mai più come prima

di Tony De Santoli

Un commercio avido, e in taluni casi cencioso (nello spirito), ha stravolto Firenze, ha sfigurato Firenze avviandone un declino che appare inarrestabile. Come osservavamo domenica scorsa, il risultato di tutto ciò è dinanzi ai nostri occhi: nel centro di questa città la cui arte da mille anni non teme paragoni, c’è un’aria di sciatteria, di trasandatezza che sembra addirittura voluta. Giostre fuori posto, baldacchini d’incerato, transenne, sbarramenti vari, grottesche sculture post-moderne in metallo, mercatucci improvvisati e senza grazia alcuna, offendono di giorno in giorno Santa Maria del Fiore (accanto alla quale svetta il celeberrimo Campanile di Giotto), Palazzo della Signoria, Piazza Repubblica, Via de’ Servi e così via.

Si cominciò nell’estate del 1976: in Via Cerretani - la strada che unisce Piazza della Signoria a Santa Maria del Fiore - fu aperta una pizzeria, piuttosto vistosa, quindi pretenziosa: un pugno nell’occhio, uno sfregio. Un insulto a quella strada un poco solenne, un poco austera, eppure accogliente con la sobria bellezza dei suoi edifici costruiti fra il Quattrocento e il Settecento e di altri più antichi ancora. Da allora non ci si è più fermati. Licenze su licenze sono state distribuite come coriandoli. Tutto sembrava possibile. Tutto era possibile… Era consentita la deturpazione di Firenze. La Firenze autentica resisteva solo a Santo Spirito, a San Frediano, a San Niccolò, al Campo di Marte, alle Cure, a Piazza della Vittoria e lungo i Viali. Ci vollero secoli per costruire la Firenze che dal Settecento in poi incantò italiani, tedeschi, inglesi, americani, infine giapponesi, australiani. Ma son bastati vent’anni, o anche meno, per distruggerla.

Già intorno al 1990 ci si chiedeva che intenzioni avessero la Sovrintendenza alle Belle Arti, i vari personaggi che con molta pompa si avvicendavano a Palazzo della Signoria in qualità di sindaci (sindaci di una città ammirata tanto quanto Roma, Venezia, Napoli), eppoi i consiglieri, gli assessori, i ministri stessi del governo italiano, e quindi dotti accademici, dotti saggisti, infallibili politologi… Firenze subiva uno stupro dopo l’altro e era ormai ben chiaro che a chiunque intendesse stuprare Firenze, veniva garantita la massima impunità… In nome della "libera circolazione" delle merci, in nome dell’impulso da dover dare appunto al commercio, in nome della volontà di creare posti di lavoro e far aumentare così il tenore di vita di molti. Ma il concetto di "libera circolazione" delle merci rappresentava solo retorica (forse anche opportunismo), il commercio già lo riceveva il suo bell’impulso, e all’atto pratico non era che venissero creati poi tanti posti di lavoro. Ecco: la sagra italiana che ci ha poi condotti al precariato, alla "flessibilità", ai call-centres: a una società senz’anima nella quale annaspano i tanti che un’anima ce l’hanno ancora…

Di fronte a tanto scempio, i fiorentini assistevano e assistono - con insolità passività (in passato s’erano però scaldati per molto meno). Si limitavano a protestare attraverso le "lettere al direttore" (le quali da sempre lasciano, ahimè, il tempo che trovano) o a indirizzare ai "distruttori" accuse e anatemi durante le riunioni mondane della domenica pomeriggio nei salotti di Viale Mazzini, Piazza Oberdan, Via Cairoli, Via Bolognese… Una classe politica cittadina degna di questo nome, già vent’anni fa avrebbe dovuto stabilire per legge l’impenetrabilità del centro di Firenze. Avrebbe dovuto avvertire la nobile aspirazione di proteggere e difendere uno dei "gioielli" del mondo. Di conservare il cachet, l’inconfondibile cachet, della città del giglio. Che ora è appunto la città d’un giglio in stato di avanzato appassimento.

Nulla potrà esser più come prima.