Il rimpatriato

La carta di credito dell’umiliazione

di Franco Pantarelli

Era il 19 luglio, Silvio Berlusconi e gran parte del suo governo appena uscito dalle elezioni erano schierati per annunciare il modo in cui intendevano "ringraziare" gli elettori, e cioè con una carta di credito da distribuire fra i cittadini più poveri. I ministri e i sottosegretari presenti erano molto commossi. Perfino Giulio Tremonti, che si picca di essere l’elemento più razionale di tutta la squadra di governo, sembrava impegnato a tenere a bada certi pizzicorini che sentiva là vicino alle palpebre. Berlusconi, in un impeto di estremo rispetto per i destinatari di quel dono, spiegò tutto compunto che la carta di credito sarebbe stata anonima "per non creare imbarazzo". Il concetto base, insomma, era che i poveri sarebbero andati nei supermercati e avrebbero fatto i loro acquisti pagando con la carta di credito, cioè con un’operazione del tutto simile a quella delle altre persone in fila, senza dover sbandierare in giro la loro povertà. Del resto lo sanno tutti che la generosità è tale solo se si accompagna alla discrezione.

Era bello, quel 19 luglio, sentirsi così "umani" davanti alle telecamere e commuoversi per tutti quei buoni propositi. Ma non sarebbero durati a lungo. La scadenza entro cui la carta di credito (chiamata "social card" perché in inglese tutto sembra meglio) doveva diventare effettiva era il Primo ottobre, ma si tardava perché c’era da compiere la complicatissima scelta fra chi aveva diritto e chi no alla social card, che poi voleva dire distinguere - attraverso una piccola giungla di norme e "parametri" - fra chi era povero e chi lo era davvero. La premurosa discrezione messa in mostra il giorno dell’annuncio scomparì rapidamente, gli accertamenti che venivano fatti erano sempre più inquisitori e sospettosi e quell’imbarazzo che non si voleva creare divenne l’elemento dominante della faccenda. Al traguardo del Primo ottobre si è arrivati con una drastica riduzione degli aventi diritto, che si ritrovano in soli 500.000, mentre i dati statitici pongono al di sotto della soglia della povertà un numero di italiani almeno quadruplo.

Ma se quei "fortunati" che ce l’hanno fatta si sono rallegrati con se stessi per avere superato tutti gli ostacoli che si erano frapposti fra loro e la sospirata social card (bellina, elegante e naturalmente azzurra), hanno avuto modo di ricredersi presto. Per molti di loro, infatti, l’avvicinamento alla cassa del supermercato è diventato un percorso di dilemmi: funzionerà la carta o mi succederà come a quell’anziana signora che l’altro giorno ha lasciato la merce ed è scappata piangendo dalla vergogna? Andrà tutto liscio o dovrò giurare e spergiurare che i 40 euro della social card non li ho ancora usati? E se mi dicono che la carta risulta "vuota" come faccio a dimostrare la mia buona fede?

Ciò che sta accadendo, infatti, è che almeno un buon terzo delle 500.000 social card distribuite, semplicemente non funziona, scaraventando i loro titolari in situazioni umilianti. Al momento nessuno sa cosa esattamente stia accadendo. Un’ipotesi che viene fatta è che, siccome la registrazione degli aventi diritto andava a rilento, a un certo punto si decise che coloro che avessero concluso la pratica entro dicembre avrebbero ricevuto la card con 120 euro, per coprire ottobre, novembre e dicembre. Ma siccome la "ricarica" programmata per un intero anno era di 80 euro ogni due mesi, quel dato "anomalo" (120 euro invece di 80, tre mesi invece di due) potrebbe avere creato scompensi nel cervellone elettronico bancario. Insomma dalla generosità alle inquisizioni sospettose, dal "ringraziamento" alla beffa. Per migliaia di italiani poveri la social card si è rivelata una patacca. E l’aspetto peggiore è che loro pensano che sia "normale" e che così accada dovunque. Non è assolutamente vero, ma quelli che lo sanno sono in pochi.