Che si dice in Italia

Divo per sempre

di Gabriella Patti

Settimana ricca di anniversari e ricorrenze, quella appena finita. Alcune celebrazioni mi sono piaciute, altre - pur doverose - un po’ meno. Prendiamo Fabrizio De Andrè: il più amato (anche dalla sottoscritta) dei cantautori italiani d’elite è morto dieci anni fa. Giusto ricordarlo. Ma per almeno un paio di giorni è stato quasi impossibile fare zapping televisivo senza imbattersi in una celebrazione. A lui, schivo e ombroso, sarebbe piaciuto? Ho qualche dubbio. Meglio mi sono sembrati i sobri articoli e servizi televisivi per i 90 anni di Giulio Andreotti e per gli 80 dell’attore-provocatore Paolo Poli. Il primo, dopo il malore in diretta tv delle scorse settimane, si era visto meno negli ultimi tempi, ma in occasione del compleanno è tornato protagonista. I ritratti lo dipingono per quello che è stato e forse è ancora: “La summa dello stile democristiano, quella cosa che possiamo chiamare possibilismo” sintetizza il giornalista Giorgio Dell’Arti.

Di Andreotti si è detto tutto il male possibile, a cominciare dai suoi rapporti con la mafia. Scagionato, peraltro, al termine di lunghi processi. Che si porterà nella tomba alcuni segreti di Stato è certo, lo ha detto recentemente anche lui. Senza dare giudizi credo che abbia ragione uno che lo conosce bene, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga (un altro che in quanto a segreti....): “Per Andreotti come per la Chiesa l’unica moralità della politica consiste nel saperla fare”. Frase che piacerebbe anche al Divo Giulio, celebre per il suo freddo umorismo. Nel lessico nazionale resteranno per sempre alcune sue fulminati battute. Da: “Il potere logora chi non ce l’ha” a “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”. Credo, però, che quella che lo inquadra meglio sia un’altra, raccontata a suo tempo da Indro Montanelli: quando Andreotti accompagnava in Chiesa il suo mentore Alcide De Gasperi, mentre quest’ultimo parlava con Dio, Andreotti parlava con il prete. Al che Andreotti commentò: “Sì, però a me il prete rispondeva”.

E poi c’è il ragazzino 80enne Paolo Poli. In scena a Milano con un nuovo spettacolo, il frizzante toscano - che non ebbe problemi, nell’Italia ancora bacchettona degli anni Sessanta, a indossare panni femminili e a ostentare la propria diversità - non sente l’età. Anzi. Nel comunicato stampa del nuovo spettacoloha preteso che si scrivesse che è “quasi centenario”. Già perché, dice: “La giovinezza? Che noia. Per tutta la vita mi hanno sempre rotto le scatole (ndr: per la verità lui ha usato un termine più salace) con quelle sentenze tipo: giovinezza primavera di bellezza. Non ci ho mai creduto”.

In quanto al fitness che tanto ossessiona gli adulti di oggi: “Per carità. Lo sport l’ho sempre odiato. Il segreto è lavorare molto e mangiare poco. Le gambe mi reggono, speriamo che mi regga il cervello”. Bel tipo, questo signorino che da piccolo persino suo padre chiamava Suor Carmela. Auguri!

ETTORE SCOLA DICE: BASTA CON L’ITALIA. Il grande regista (La marcia su Roma, Il sorpasso, Una giornata particolare, C’eravamo tanto amati) vuole chiudere con il cinema. “Perché in questa Italia di oggi non serve più”. Chi legge questa rubrica sa che l’attuale andazzo del Paese non mi piace e che quando c’è da essere pessimisti non mi tiro indietro. Ma, di natura, sono ottimista e, soprattutto, cerco di essere positiva. Certo, non è che ultimamente la cinematografia nostrana abbia prodotto ai livelli della straordinaria stagione dei Fellini, Zavattini, De Sica. Ma non stiamo messi tanto male. Gomorra e Il divo sono film davvero importanti, per citarne almeno due. Perciò penso che Scola, che ammiro, stavolta sbagli. E’ proprio quando il gioco si fa duro, dice il noto adagio, che i duri cominciano a giocare. Forza, Scola: ci dia un altro capolavoro.