COMMENTI/POLITICA/La riunificazione degli Stati Uniti

di Marcello Cristo

Gli otto anni di amministrazione Bush, che stanno per concludersi tra tre giorni, saranno probabilmente ricordati come "l’età della distruzione".

Pur senza voler accollare al presidente uscente la responsabilità diretta per tutti gli eventi che si sono verificati in questo periodo, resta innegabile che dal 2000 ad oggi, l’America e il mondo hanno assistito sbigottiti alla distruzione della credibilità del sistema elettorale americano, delle torri del World Trade Center, dell’Irak, di New Orleans, del surplus del bilancio federale, della reputazione degli Usa nel mondo e, dulcis in fundo, del sistema economico-finanziario statunitense.

Questi inoltre, sono solo i "danni visibili", sotto gli occhi di tutti. Chissà quali altri sorprese ci riserva il futuro quando gli effetti "a lungo termine" o "a scoppio ritardato" delle politiche neo-conservatrici sull’ambiente ad esempio, o sui diritti civili, verranno gradualmente alla luce.

Proprio come il trentennio 1915-1945 rappresentò il "suicidio" dell’Europa e la fine della sua secolare egemeonia sullo scacchiere mondiale, c’é da chiedersi, nell’era della velocità e dell’accelerazione informatica, se otto anni saranno sufficienti a sancire la fine del primato americano sulla scena internazionale.

Spetterà agli storici del futuro il compito di mettere in prospettiva gli eventi salienti di questo periodo e il ruolo svolto in essi dagli eccessi ideologici dell’amministrazione uscente. Ma un dato incontrovertibile, che già emerge al crepuscolo dell’era Bush, è quello del record di impopolarità che il presidente è riuscito a stabilire.

Se nel passato le reazioni dell’opinione pubblica alle sue varie iniziative politiche sono state comprensibilmente influenzate dalle inclinazioni ideologiche di vari gruppi, con il collasso finale dell’economia e i danni incalcolabili che esso ha provocato sulle tasche di tutti, senza distinzione di appartenenza politica, ecco che magicamente Bush è riuscito a realizzare, nel finale del suo mandato, la promessa iniziale di "unire il Paese" seppure nel diffuso sentimento di ostilità nei suoi confronti.

E’ stato anche grazie a questo exploit finale; a questa implosione repubblicana che Barack Obama è riuscito ad assicurarsi la vittoria elettorale su John McCain.

E tuttavia, vista l’entità del danno c’è da chiedersi come mai l’affermazione alle urne di Obama, seppur netta, non sia stata più pronunciata di quel margine di sette punti percentuali.

Una spiegazione parziale stà nella prevedibile resistenza, in quegli strati più retrogradi e intolleranti della popolazione americana, all’idea di un presidente di colore.

Personalmente tuttavia, credo che ci sia dell’altro; qualcosa che il nuovo presidente democratico farà bene a considerare se intenderà tener fede alla sua promessa elettorale di cercare il dialogo con l’opposizione e di essere il presidente di tutti gli americani.

Guardando al profilo del conservatore medio (quello che abita nelle fattorie dell’Iowa e nei sobborghi dell’Arizona, non quello delle ville di Greenwich, Connecticut o delle penthouse di Manhattan…) appare chiaro che, al di là delle questioni politiche come le tasse o l’aborto, ciò che distingue questa metà della popolazione americana sono, in primo luogo, specifici tratti caratteriali e psicologici che si traducono in una differente percezione della realtà.

Nei loro processi cognitivi i conservatori sembrano applicare per lo più quelli che in filosofia si definiscono "criteri deduttivi" che vanno cioè dai principi ai fatti, dall’alto al basso, partendo da concezioni generali già accettate e cercando successivamente di "comprimere", in questi stampi psicologici pre-costituiti, l’evidenza dei fatti anche quando essa appare contraddittoria.

Per questo motivo, i conservatori rispondono più facilmente ad un linguaggio emotivo e simbolico piuttosto che a quello logico-razionale ed empirico e, dal punto di vista caratteriale, si identificano molto di più con valori come la lealtà, l’obbedienza e il senso di appartenenza anziché con altri come la giustizia o la tolleranza.

Ecco perché in America come nel resto del mondo, i partiti conservatori attingono gran parte del loro consenso elettorale dai segmenti più religiosi della popolazione e dai ranghi delle forze armate.

Ed è proprio per questa ragione, che i progressisti si illudono quando, nell’ambito del discorso politico e culturale, credono di convincere la controparte con argomentazioni logiche e pragmatiche basate sull’evidenza dei fatti.

Nel corso dell’ultima campagna elettorale ad esempio, molti osservatori sono rimasti di stucco alla notizia, giunta nel bel mezzo della convention repubblicana, della gravidanza di Bristol Palin, la figlia diciassettenne e nubile, della candidata alla vicepresidenza Sarah Palin. A tutti coloro dotati di un minimo di coerenza intellettuale, è sembrato come un clamoroso atto di ipocrisia il fatto che, all’interno del GOP, quegli stessi "castigatori morali" sempre pronti a condannare la dissolutezza dei tempi moderni e a celebrare l’astinenza sessuale come unico metodo di contraccezione accettabile, si siano ritrovati all’improvviso sotto il palco ad applaudire, con gli occhi lucidi dalla commozione, questo inedito quadretto familiare messo assieme in fretta e furia dai responsabili della campagna elettorale.

Questo esempio è solo uno dei tanti che mette in luce quella incredibile capacità del popolo conservatore, di capovolgere, giustificare e re-interpretare a sua convenienza qualsiasi cosa.

Anche nel suo discorso di commiato alla nazione, il presidente Bush ha rispolverato tutte le figure retoriche favorite della mitologia conservatrice: "noi e loro", il "bene e il male" e quell’anelito universale alla libertà ispirato da Dio e realizzato dai Marines.

Frasi altisonanti che fanno effetto sulla base repubblicana e occultano nello stesso tempo, la pochezza dei risultati ottenuti nel corso del suo mandato.

Non a caso, in questo consuntivo sui suoi anni alla Casa Bianca, Bush ha dichiarato che il successo più significativo da lui ottenuto è stato quello di aver evitato nuovi attacchi terroristici e di aver "adeguatamente protetto la nazione".

Un "successo negativo" la cui misura è un’assenza e, come tale, plausibile ma convenientemente inverificabile. Un ultimo appello, insomma, alla fiducia incondizionata.

Dal presidente Bush ai conduttori dei "talk show radio", agli "evangelisti" del Verbo repubblicano di Fox News, l’esercito della propaganda di destra conosce perfettamente il profilo sociale e psicologico del suo pubblico e agisce di conseguenza.

Se Barack Obama intende tener fede alle sue promesse di ecumenismo politico, dovrà in primo luogo neutralizzare il controllo che la disinformazione conservatrice esercita da tempo su questi strati più malleabili della popolazione con l’intento specifico di creare divisioni e di aizzare un gruppo contro l’altro.

Tra le molte doti delle quali il neo-presidente dovrà dar prova, l’abilità a comunicare in entrambi questi linguaggi: quello logico e pragmatico dei progressisti e quello emotivo e simbolico dei conservatori, potrà non avere l’immediatezza intuitiva di specifiche questioni politiche, come il risanamento economico o l’assistenza sanitaria, ma è senz’altro un altro di quei cambiamenti culturali necessari per ricondurre la nazione dall’età della distruzione a quella della ricostruzione.