LIBRI/La vita nelle piccole cose

di Franco Borrelli

La brevità è virtù. Una parola, se scarna ed essenziale, se "dura" come pietra, dice infatti più di mille trattati insieme. E poi, recita anche un saggio adagio, le cose più preziose non sono forse quelle che vengono in una scatola piccola? Questa, assai in sintesi, la poesia di Rodolfo di Biasio in «Poemetti elementari» e di Domenico Adriano in «Papaveri perVersi» (entrambe sillogi-gioiello uscite per i tipi de Il Labirinto romano, 2008; pp. 37 il primo volumetto, pp. 38 il secondo; euro 8,00 ciascuno).

La vita, nelle liriche di Rodolfo Di Biasio, è un continuo, lento, inesorabile scorrere d’acque di fiume, ora limpide quali stelle per scintillìi e riverberi, ora più cupe e meditabonde; i destini dell’uomo s’uniscono, in questo cantare libero e assorto, con misura e sofferta circospezione, alle ragioni del cuore che socraticamente cerca dentro di sé la misteriosa magica ragione del suo stesso essere ("Il mio respiro d’uomo / non è che una sola tua ruga? //... Le mie cose, fiume, restano / dunque al tuo fondo?"). Domande costanti, quindi, sul perché dell’esistere ora e qui, sul dove andare, ombre sull’origine stessa del cammino; interrogativi, poetici e filosofici, senza risposta. Non resta che lo stupore bambino dinanzi all’alternarsi dei giorni e delle notti, alle luci e alle ombre di un’umanità costretta in incertezze ed esitazioni continue, dominata da forze restanti sempre nell’oscuro ("Le strade tutte alle spalle, / le irrisolte strade..."; e ancora "precipizi / i suoi silenzi sempre più lunghi"). Ogni pensiero, ogni memoria, tutto, insomma, è un restar sfumato tra ombre ("Tutto è al di là e oscuro: / vi trascorrono / in un incrinato specchio / terra e cielo, / si confondono / in un incastro di corrispondenze").

Questo di Di Biasio è un cantare struggente e coinvolgente, una parola la sua misurata e pensata a lungo, pesante, mai improvvisata, piena com’è di "anni curvi" come ulivi tra i cui rami s’intravede il bagliore pallido della luna, alberi dalle radici intricate e profonde nella terra, a significare aderenze tenaci e appartenenze innegabili. Colline mediterranee ove luci e ombre si rincorrono a significar giovinezze e amarezze d’un essere che ama, spera, soffre e si misura coraggiosamente (pur potendo scommettere quasi sempre sulla sua sconfitta) con le sfide che dagli altri e dall’altro quotidianamente gli vengon poste.

Spesso la parola del poeta si fa acquatica, ondosa, dolcemente oscillante fra forme e sostanze, memorie a tratti anche tragiche, fatte di "naufragi" tra le alghe e di "rottamazioni" ("E’ un aspro mare / questo che batte la riva e la disfa / la disperazione del mare / consegna ancora / a noi / i suoi morti di un giorno"). Un pensar e custodir sogni della nuova disperata immigrazione che finiscono affogati nelle acque mediterranee?

Elementarietà solo fittizia di fiumi, di strade, di fiori ove il profumo e il colore non son che ombra, di ulivi, di tempi inesorabili e terribili ("Mi vengono segmenti di vita / essenze: / sono io al punto là / dove tutto si perde o si fonde?"), di macerazioni, di cupezze, di cenere delle cose ("Nel restringersi delle cose / accade che si dispogli anche il sogno / oltre il tramonto perfetto"); da ciò può tuttavia riportarci a luce solo la poesia, con l’illusione che essa, sincera e vicina al cuore, con sé sempre porta.

Più che perversione, come suggerisce il titolo, è canto d’amore quello di Domenico Adriano. L’unica "perversione" di cui è capace questo prato di papaveri rossi risiede nel fatto che ognuno di essi, vermigli come la passione e il desiderio, ricordano al poeta la sua donna ("si tratta infine solo / di affinare, come in poesia, l’arte // di togliere, lasciandosi guidare / da ogni fiore se dentro ognuno / di loro c’è già la tua figura, / semplice e perfetta come il fuoco"). E la donna amata è segno d’universo, simbolo d’un essere capace di accogliere ogni cosa ("cammini e sembri / stare ferma, nascono / da te campi di grano e anche deserti"). L’amata è anche una natura onnipresente e sempre positivamente ossessiva, fatta di memorie e di leggerezze, tornanti alla coscienza con le "ali ballerine" delle lucciole.

L’esistere, per Adriano, si riassume non nei fiori ma in un fiore. I papaveri come fissazione. Intrecciati come sono ad ogni ricordo, ad ogni essenza d’amore; anche quando il mistero e le ombre della notte li nutrono, pare, di dubbi e di incertezze ("o miei / papaveri siete i fiori del sesso / cantano le cicale ai miei occhi / per il tempo che arde a noi concesso").

Un cantar lirico un po’ forse anche eccessivo, ma pur sempre esistenzialmente di spessore, non foss’altro che per quel riuscire a riassumere, entro un unico fiore, tutto il mondo degli umori e dei colori. Un fiore, il papavero, caro ad artisti come Govoni o a poeti tipo Keats, fiore ammirato e immaginato, magnetico e fascinoso, amato qui con semplicità quasi francescana. Un chiodo fisso, insomma, per la vita e per il cuore.