L’INTERVISTA/BASILICO E LE SUE CITTA’/Fotografare dialogando con la memoria

di O.F.

Oggi7 ha contattato via email il fotografo Gabriele Basilico, che non ha potuto essere presente all’inaugurazione alla Cohen Amador Gallery di New York. Ecco l’intervista.

"Intercity" mostra una visione della metropoli astratta e surreale, labirintica, un’architettura nell’architettura. Come si pone lei di fronte a questo ritratto urbanistico?

«Fotografare una città vuol dire cercare di comprenderne la forma e l’identità apparente, anche in relazione a immagini di altre città che già conosciamo e che sono quindi "archiviate" nella memoria. Il gesto del fotografare è sempre attivato dalla relazione tra una necessità percettiva, quella del guardare, e il dialogo con la memoria.

Le mie fotografie di luoghi urbani sono perciò sempre influenzate dalla presenza di altri luoghi già visti, anche se questo non è subito evidente se non si ha una buona cultura fotografica».

Nelle sue immagini percepisco un senso d’isolamento . Quale secondo lei è la condizione dell’uomo di fronte allo sviluppo urbanistico post industriale?

«Sono convinto che il senso di isolamento che lei riscontra nelle mie fotografie non traduce meccanicamente l’assenza, intesa come vuoto, di persone in luoghi che sono normalmente abitati. Ma semplicemente è uno stato provvisorio, una sospensione del tempo nello spazio, che mi aiuta a raggiungere una maggiore intimità con i luoghi... per poterne assimilare meglio la natura.

La condizione di isolamento dell’uomo nello scenario urbanistico contemporaneo, laddove esiste o è più marcata, è un problema di natura sociale che va approfondito e descritto in modo appropriato, anche con la fotografia di reportage sociale».

Le foto esposte ora alla Cohen Amador Gallery ritraggono varie città da Napoli a Barcellona, da Bari a Mosca, da San Francisco a Monaco. Cosa le accomuna e cosa le differenzia nella sua indagine?

«Il paesaggio urbano del periodo post industriale, così come si è formato negli anni segnati dalla globalizzazione, ha parzialmente oscurato l’identità locale e l’immagine vernacolare di molti luoghi del mondo, sovrapponendo un linguaggio duttile ed esportabile a tutte le latitudini. Ne è seguita una ibridazione ambientale, delle città e dei luoghi più in generale, ben descritta da sociologi come Zygmunt Bauman e da molti urbanisti, che non finirà mai di sorprenderci.Ovviamente la fotografia non può esimersi dal registrare questo fenomeno».

Il trittico di Monaco mostra tre scatti che ritraggono la stessa porzione di città in tre momenti diversi. Perchè questa scelta?

«È una scelta di molteplicità di punti di vista, in questo caso dello stesso luogo.

A mio avviso questa scelta di rappresentazione allude a una sequenza cinematografica, e imprime un senso dinamico alla staticità della rappresentazione fotografica, amplificando e rendendo più visibile l’aspetto caotico e la frammentazione dello spazio compatto del capoluogo monegasco».