PRIMO PIANO/PERSONAGGI/Panetta, la scommessa di Obama

di Marcello Cristo

Ovviamente siete sempre voi italiani a creare scompiglio, persino nella selezione dei collaboratori del presidente".

E’ stato con questa frecciatina scherzosa che sono stato accolto da alcuni amici della University of California a Berkeley, durante una recente discussione sulla candidatura dell’italo-americano Leon Panetta a direttore della Central Intelligence Agency.

La ragione della battuta è che quella di Panetta è stata la scelta più controversa tra tutte quelle operate finora da Barack Obama il quale sembra aver preferito affidare la gestione della CIA ad un professionista della politica, apprezzato per le sue doti di management, piuttosto che ad un "veterano" proveniente dai ranghi dello spionaggio.

In effetti questa scelta sembra contenere un’importante valenza simbolica perché in passato, Leon Panetta è stato molto chiaro ed esplicito nelle sue critiche verso le tecniche coercitive e ai limiti della legalità utilizzate dalla CIA nella lotta al terrorismo e attivamente incoraggiate dalla amministrazione repubblicana uscente.

Per questo motivo, il segnale che sembra emergere dalla selezione di Panetta è che Obama intende perseguire un nuovo corso da inaugurare subito attraverso un taglio netto col passato; con un ritorno degli Stati Uniti sullo scacchiere internazionale in una posizione di leadership etica e morale, prima ancora che militare.

Se questo è effettivamente il caso, la nuova amministrazione va elogiata per il coraggio delle sue azioni proprio perché una nomina così delicata in materia di sicurezza nazionale, rappresenta anche un rischio enorme per il nuovo presidente democratico.

Le perplessità sulla nomina, che finora paradossalmente sono giunte da colleghi democratici come John Rockfeller, presidente uscente della commissione del Senato sui servizi di sicurezza e dal suo rimpiazzo Diane Feinstein, vertono sulla mancanza di esperienza operativa di Panetta nel campo specifico dello spionaggio. Una mancanza di esperienza che potrebbe essere percepita come una seria minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e, come tale, potrebbe esporre il fianco del nuovo presidente a critiche durissime da parte dell’opposizione repubblicana.

Critiche che rappresentano tradizionalmennte un punto debole per i democratici i quali, in materia di sicurezza, sono da sempre costretti a stare sulla difensiva di fronte a quelle accuse di scarsa incisività, frutto di anni e anni di propaganda conservatrice piuttosto che di veri e propri precedenti storici.

In una situazione di questo genere, la gestione della CIA da parte di Leon Panetta, se confermata, porterà con sé un peso aggiuntivo di responsabilità che dipenderà strettamente dai fatti.

Se nei prossimi anni, cioè, le cose dovessero andar bene, nel senso che non si verificheranno attentati in patria o contro interessi americani all’estero, la scelta di Panetta da parte di Obama sarà definita virtuosa e coraggiosa. Se invece dovessero esserci problemi, sia il presidente che il neo-direttore verranno puntualmente "massacrati" dall’opposizione.

In ogni caso, la nomina rappresenta una grossa scommessa.

Questo aiuta anche a spiegare perché quella di Leon Panetta è stata, in realtà, una "seconda scelta", alla quale si è arrivati perché altri personaggi, interpellati dalla nuova amministrazione, hanno rifiutato l’incarico. Secondo il Los Angeles Times infatti, il candidato preferito da Obama per dirigere la CIA era, originariamente, Richard Clarke il super-consulente in materia di antiterrrorismo dell’U.S. National Security Council e autore di un libro molto severo nei confronti dell’amministrazione Bush, per la sua negligenza nel prevenire gli attacchi del 9/11.

Quella di Clarke sarebbe stata una nomina più facile per Obama perché avrebbe garantito quel nuovo approccio basato su criteri "di principio" a cui si è accennato, ma completata da una vasta esperienza professionale "a prova di critiche".

Sempre secondo il Los Angeles Times, Clarke avrebbe puntualizzato che il suo rifiuto ad accettare l’incarico dipende dalla sua "indisponibilità, al momento, a rigettarsi nella mischia" una dichiarazione che sembra enfatizzare motivi personali. Tuttavia, commentando la nomina di Panetta, lo stesso Clarke ha aggiunto che "l’unica cosa sorprendente in questa scelta è la sua disponibilità ad accettare", parole che lasciano trapelare le enormi difficoltà, interne ed esterne, che il direttore si troverà a fronteggiare viste le continue minacce del terrorismo islamico, il duplice conflitto in Irak e Afganistan, per non parlare delle ostilità interne alla stessa CIA.

La tradizionale diffidenza verso tutti coloro che sono percepiti come "outsider", estranei ai codici e agli equilibri di potere interni all’agenzia, costituisce infatti un ulteriore ostacolo per Panetta e per ogni nuovo direttore chiamato a tenerne le redini. Non a caso, il Chicago Tribune già a poche ore dall’annuncio della candidatura, ha citato fonti interne alla stessa CIA secondo le quali la scelta di Obama "confermerebbe una percezione diffusa a Langley, sulla continua volontà di indebolire e smantellare le fondamenta stesse dei servizi di sicurezza".

Dichiarazioni pesanti ma che mi sono state confermate da Tim Weiner l’autore del libro sulla CIA "A Legacy of Ashes", di passaggio a San Francisco proprio per offrire la sua prospettiva sulla nomina di Leon Panetta.

Rispondendo ad una mia domanda sui questi "rischi interni" con il quale il nuovo direttore dovrà fare i conti, Tim Weiner ha ricordato l’esempio di Tony Lake, capo del National Security Council durante l’amministrazione Clinton e proposto circa dieci anni fa dallo stesso Clinton per guidare la CIA. "Tony Lake – secondo Weiner – fu boicottato in maniera così vigorosa dai circoli interni alla CIA che alla fine fu costretto a ritirare la sua candidatura."

Sempre secondo Weiner, "l’influenza dei veterani che costituiscono l’ossatura dell’agenzia, affonda le sue radici nella struttura militare intorno alla quale l’agenzia stessa fu creata nel dopoguerra per rispondere alla minaccia sovietica. A meno che non si è parte integrante di questa burocrazia – ha concluso lo scrittore – ognuno, persino il direttore, è visto come un estraneo…"

Considerando le formidabili sfide che si troverà di fronte, in caso di una conferma della sua nomina, c’è da credere che Panetta avrà buoni motivi per rimpiangere la bucolica tranquillità della Carmel Valley, la bellissima zona della California settentrionale dove è nato e cresciuto e dove sorge il "Leon and Sylvia Panetta Institute" un centro di studi sulla pubblica amministrazione da lui fondato dopo l’esperienza politica come Chief of Staff del presidente Clinton.

A poca distanza dal campus della California State University, dove sorge l’istituto, si trovano anche i locali del vecchio ristorante gestito dai genitori di Panetta, arrivati dall’Italia negli anni Venti in cerca di opportunità.

In un incontro con il pubblico tenutosi qualche anno fa all’università di Berkeley, Leon Panetta ha parlato a lungo delle sue radici italiane e dell’influenza che la sua famiglia ha esercitato sulla sua formazione. "I miei genitori sono arrivati in America come molti altri immigrati, senza un’educazione adeguata e senza parlare una parola d’inglese ma con una grande etica del lavoro che hanno inculcato anche in me e mio fratello. Io ho cominciato a lavorare a sei-sette anni come lavapiatti nel ristorante di famiglia. Dopo la guerra poi, i miei vendettero il ristorante e acquistarono una fattoria dove vivo tutt’oggi con mia moglie. Mio padre voleva che io diventassi dottore, o almeno dentista. Mia madre invece, da buona italiana, sognava per me una carriera da pianista sinfonico. Alla fine ho seguito le orme di mio fratello e sono diventato avvocato…"

Panetta ha rivelato anche l’importanza della sua educazione cattolica gesuita che avrebbe contribuito ad insegnarli "valori morali importantissimi per la mia esperienza politica successiva e, soprattutto un forte senso di giustizia."

È probabilmente proprio grazie a questo aspetto molto tradizionale della sua educazione che Panetta ha iniziato la sua carriera politica nelle fila del partito repubblicano. "Mi trasferii a Washington per lavorare con l’ammministrazione Nixon, al Ministero dell’Educazione nel periodo in cui la Corte Suprema stava cercando di imporre le nuove norme per cessare le segregazione razziale nelle scuole. Io ero entusiasta di questi cambiamenti ma rimasi si sasso quando scoprii che Nixon, e in particolare Spiro Agnew, non avevano alcuna intenzione di spingere per la de-segregazione. Era l’inizio della cosiddetta Southern Strategy repubblicana con la quale il GOP mise fine alla lunga egemonia politica nel Sud dei democratici alleandosi con le forze più retrograde e razziste della società. Per me fu uno shock inaccettabile che decise il mio passaggio al partito democratico."

Del suo passato repubblicano tuttavia, Panetta conservò e portò con sé nell’amministrazione Clinton, la disciplina fiscale e la convinzione sulla necessità di pareggiare il bilancio federale.

Ironicamente, proprio questo rigore fiscale gli procurò le antipatie di molte delle agenzie governative dipendenti da Washington per i propri finanziamenti. Tra queste la più ostile a Panetta fu proprio la CIA.

C’é da sperare che, ricordando i sacrifici imposti dal pareggio dei conti federali, del quale Panetta fu uno dei principale promotori, gli "spooks" di Langley ora non tirino fuori dal cassetto altri "conti da regolare" con il nuovo direttore.