PUNTO DI VISTA/Com'è triste Firenze

di Tony De Santoli

Firenze – la mia città - affonda. La città che fino a anni recenti era "il salotto" d’Italia, affonda nella trasandatezza, nella sciatteria, nell’incuria. Ogni volta che ci torniamo, proviamo delusione e scoramento. Se non fosse per Santa Maria del Fiore, il Ponte Vecchio, il Campo di Marte, faremmo fatica a riconoscerla. Un grigiore implacabile si è esteso quasi ovunque. Firenze, il "gioiello" d’un tempo, che sapeva incutere un poco di soggezione anche a gentlemen inglesi, petrolieri texani, affaristi milanesi e bresciani, ha addirittura assunto in questi anni, un timbro dozzinale, un’aria di provvisorietà. Firenze sta diventando anonima. E’ anonima in Via Roma, in Piazza della Repubblica (già Piazza Vittorio), in Via Cerretani, in altre piazze e in altre vie ancora.

Si levano, così, innumerevoli appelli al salvataggio (amministrativo, urbanistico, sociale). Ma si tratta di accademia, di teorie, di tesi… In quello che sento dire non c’è nulla di originale, di calzante, di autentico. E’ la solita rimasticazione di quanto di più vieto si nota in Italia da trent’anni a questa parte: favorire gli incontri fra le persone, alimentare la vivibilità cittadina, sganciarsi dall’intolleranza, puntare sull’aggregazione. Ma gli italiani sono "tolleranti" da sempre: esortare a esserlo è buffo, sciocco. Come lo è ciò che viene rappresentato dall’orribile termine "aggregazione" : ci siamo messi in testa di radunare di volta in volta in piazze e spazi periferici fra canti e sagre moltitudini di persone da avviare quindi al "contatto umano", a una migliore conoscenza reciproca. Una società che in termini politici (e affaristici) decida "anche" di pilotare il divertimento dell’individuo, è una società presuntuosa, superficiale, pacchiana (ci aveva già pensato il Nazionalsocialismo a pilotare lo svago dei tedeschi…).

Accademia, appunto, retorica, formule varie. Il problema a Firenze (come altrove) non viene preso di petto. Forse non lo si vuol prendere di petto. Il problema è causato dal continuo esodo di fiorentini che per l’esasperazione, o per il rapido abbassamento del proprio tenore di vita, vanno a stabilirsi nelle campagne o nei borghi della Val di Pesa. E’ causato da un’immigrazione massiccia, disordinata, scomposta che la città non può assorbire, non può metabolizzare. E’ causato dall’invadenza delle banche le cui agenzie spuntano come funghi e dal commercio mordi e fuggi che in Via Roma, in Piazza della Repubblica, perfino in Via Tornabuoni, ha spazzato via l’antica atmosfera, calda e riposante, creatasi fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi trent’anni del Novecento. A Firenze è sparito il celebre cinema-caffè "Gambrinus" (come se domattina in Piazza del Popolo, a Roma, sparisse "Rosati"). E’ stata una banca a cancellarlo e a prenderne il posto. Un’altra banca… Un’altra banca ancora… Ma questo è un incubo.

Adesso l’attenzione cittadina è puntata su un signore quarantaquattrenne che si chiama Lapo Pistelli. Lapo Pistelli il primo febbraio si presenterà come candidato del Pd nel quadro delle elezioni alla carica di sindaco. Ma è un uomo "nuovo" costui? E’ espressione di istanze autentiche e ineludibili, di forze fresche ansiose di sbarazzarsi del triste andazzo? Non ci sembra. Pistelli, che sembra voler inanellare incarichi con entusiasmo inesauribile, è stato dirigente della Dc fiorentina negli Anni Ottanta, membro della segreteria nazionale del Partito popolare fra il ’95 e il ’99, deputato alla Camera dal ’96 al 2004; è docente ordinario alla Stanford University di Firenze e deputato al Parlamento europeo, un organismo che andrebbe senza indugio eliminato per la propria inutilità. Lui promette la rinascita di Firenze, alla quale in cuor suo magari anela. Ma intanto si dice disposto anche a guidare una coalizione… Ma se sono le coalizioni politiche a imprigionare, asfissiare, assassinare l’Italia…!

Nossignori, non c’ è un uomo "nuovo" all’orizzonte.