Visti da New York

“Responsability to Protect” Gaza!

di Stefano Vaccara

Due settimane fa scrivevamo che Israele aveva il diritto di proteggere i suoi cittadini. Lo crediamo ancora, come siamo convinti che il diritto all’esistenza di Israele, unica democrazia matura del Medio Oriente, sia un valore che vada difeso dalle nazioni dei popoli liberi. Ma un conto è difendere i propri cittadini, e altro è assaltare una popolazione palestinese di cui, non si dimentichi, Israele continua ad avere enormi responsabilità per la sua protezione, essendo ancora potere occupante. Per quanto riguarda Gaza, Israele resta il "tutore" del milione e mezzo di palestinesi schiacciati in quella striscia di pochi chilometri di terra.

Ora Israele può combattere e cercare di uccidere i miliziani di Hamas che lanciano i razzi sul suo territorio, ma non può non tener conto del milione e mezzo di civili che abitano Gaza. Forse l’anatra zoppa Olmert e i suoi ministri Barak e Zivni vogliono ricalcare le gesta di Yeltsin e Putin in Cecenia? Ricordate Grozny ridotta in un cumulo di macerie dai russi? Israele ha la forza militare per farlo pure con Gaza, ma poi non sarà mai più la stessa nazione, con le altre democrazie non condividerà più valori da difendere. Perché quando Israele uccide una madre palestinese abbandonando i figli feriti nel pianto e negli stenti, Israele smette di difendersi e inizia ad uccidere lentamente se stessa, spegnendo le ragioni e lo spirito che l’hanno tenuta forte e in vita per sessant’anni. Una cosa è sconfiggere valorosamente eserciti di nemici agguerriti, altra e radere al suolo una scuola piena di civili rifugiati perché un razzo è stato sparato da un tetto. Già, ricordate Putin e la strage dei bambini presi in ostaggio da terroristi in una scuola? E poi guai ai giornalisti se si avvicinano.... Vuole forse Israele assomigliare alla Russia di Putin?

Barack Obama potrà fare anche altri cento discorsi sulla grande crisi economica, ma fino a quando un milione e mezzo di civili palestinesi, per quasi metà minorenni, resteranno sotto i continui bombardamenti, senza avere alcuna via di fuga, noi che lo abbiamo appoggiato, votato ed esultato con "yes we can", non lo ascolteremo più. Non ci importa più nulla di sapere cosa Obama intenda fare su quello o quell’altro, non ci interessa fino a quando il nuovo presidente degli Stati Uniti non si sarà fatto carico, già un minuto dopo il giuramento del 20 gennaio, della "responsability to protect" la popolazione palestinese indifesa e abbandonata da tutti.

É vero, in teoria spetterebbe alle Nazioni Unite proteggere i diritti umani in qualunque angolo della terra, in Sudan come in Kosovo, in Cecenia come ora a Gaza. Ma come abbiamo visto questa settimana osservando da molto vicino i protagonisti della tragica commedia delle parti tenuta al Consiglio di Sicurezza, l’Onu resta la vetrina per solleticare gli ego di ministri eccitati dalle telecamere della Cnn o di Al Jazeera. Una risoluzione per il cessate il fuoco immediato alla fine è passata, ma con grave e ingiustificato ritardo (quanto il viaggio in Medio Oriente del presidente francese Sarkozy avrà influito sulle lentezze della presidenza del CdS?) che appare scontato il suo calpestamento da parte di Hamas e di Israele. Nonostante la 1860 passasse con 14 voti favorevoli e senza il veto Usa, a Gaza si continuava a sparare: l’Onu non conta proprio nulla?

Non può essere così per Israele e per questo aspettiamo Obama. "Responsability to protect" è la formula sempre più accettata che ormai spinge all’intervento da parte della comunità internazionale degli Stati democratici contro chi non riesce o non vuole più proteggere i suoi stessi cittadini. La formula è l’evoluzione della dicitura "right of humanitarian intervention".

Anche Papa Benedetto XVI, nel discorso dell’anno scorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in occasione del 60esimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani, ha parlato di "responsability to protect" da parte della comunità internazionale. In questo caso, la comunità internazionale ha la responsabilità di proteggere la popolazione di Gaza, perché i civili palestinesi sono vittime di due "autorità" che invece di alleviarle sono causa delle loro sofferenze.

Ancora dal Vaticano sono arrivate parole forti con il Cardinale Martino – già inviato anni fa della Santa sede all’Onu - che ha accusato i contendenti di essere entrambi nel torto (esagerando quando aggiunge che "Gaza assomiglia sempre più ad un campo di concentramento"). Entrambi i contendenti di questa guerra colpevoli, ma se solo un "fratello" appare perso nell’odio del fanatismo, l’altro ci appare ancora obbligato alla ragione della democrazia e deve restare sensibile al rispetto dei diritti umani. Alla risoluzione dell’Onu Israele non ha risposto? Dovrà farlo, altrimenti per la "responsabilità di proteggere" se ne dovrà occupare Obama, subito.