LIBRI/Una piacevole follia

di Franco Borrelli

PASSIONE, preghiera e poesia: forse queste tre parole riescono più di altrea riassumere l’ispirazione di Giovanni Allevi, superstar di gran valore della musica impegnata d’oggi, librantesi com’è fra un’indiscussa tradizionalità di base e un’avanguardia che non disdegna influssi di generi che propriamente classici non sono. E’ il gusto della sorpresa e lo stupore dinanzi ai misteri dell’esistenza ad essere sottonileati in composizioni che affascinano soprattutto (ma non solo) il mondo dei giovani, e che cozzano spesso (vedere, ad esempio, le recenti polemiche col violinista Uto Ughi e con certa critica) con ciò che “è” o “è stato”.

Ma Allevi, forte com’è anche di una solida preparazione filosofica affiancantesi alla sua forte educazione da conservatorio, sa benissimo quanta e quale sia la forza d’urto del cosiddetto “nuovo” quando questo va a urtare certezze apparentemente consolidate, nella vita d’ogni giorno e, più in particolare, nel mondo della musica. Il suo, come ben descrive «In viaggio con la Strega» (Rizzoli), è un canto delle cose, del minimalismo (nient’affatto in senso negativo) esistenziale, di un paradiso fatto francescanamente d’ingenuità e di semplicità, di piccoli tesori.

Così, mentre da un lato è colto dalla “febbre” della composizione o impegnato in incisioni o in tour concertistici, da solo o in compagnia d’una vera e propria orchestra sinfonica, resta affascinato da un filo d’erba o da un ragno che si muove su una terra spaccata e secca. E’ questo il suo senso della vita, ed è questo uno dei significati che più compaiono nella sua musica (“13 dita”, ad esempio, o anche “No concept”, “Joy” e la recente “Evolution”), la “Strega” del titolo (di gran successo, ricordiamo, l’esordio con «La musica in testa», sempre Rizzoli).

Questa sua seconda fatica letteraria (di Allevi si può dire che sia artista di stampo rinascimentale, a tante facce e con interessi i più differenti) è una sorta di diario di viaggio, un’annotazione amichevole di eventi, di incontri, di dubbi, di contrasti, di lotte e di successi.

Parla, Allevi, come di una sorta di “follia collettiva”, ma il tutto, la sua musica, l’eseguirla, la partecipazione di chi l’ascolta, certo non può dirsi follia in senso patologico, quanto comunione (ancora, qui, in senso puramente francescano - e una delle tappe, morali e fisiche insieme, di questa scoperta musicale del mondo e della vita, ha avuto proprio in Assisi uno dei momenti più toccanti e significativi), catarsi cioè, proprio nel senso inteso da Aristotele, di purificazione dalle passioni negative, dal male e dalle contraddizioni.

E’ bello, quindi, essere con questa “Strega”, con la musica che sente e compone, con la compagnia che essa garantisce e con quella certezza che speranzosa offre solidarietà e consolazione. Una storia che è tante storie insieme, di un pianista-compositore e del suo pubblico, e che vien narrata per immagini, per spunti, per colori, tra timidezze e trionfi; tutta una serie di memorie private sì ma derivate dagli altri e, pertanto, ad essi anche appartenenti; despota l’ispirazione, con i brividi e le paure che essa comporta, ma anche con le gioie e le luminosità che elargisce allo stesso Allevi e a quanti, dal vivo o attraverso le sue incisioni, ne ascoltano il narrare. Un infinito esistenziale, il suo, traducentesi e riassumentesi in un attimo fuggente e con esso facente poi tutt’uno, ove la ragione coglie (o prova a cogliere) la magìa e il mistero dell’essere.