MUSICA LIRICA/PERSONAGGI/Un’Elvira con i fiocchi

di Franco Borrelli

essun dubbio che sia lei, Anna Netrebko, di professione soprano, la "diva" del momento (famosa non solo per la voce ma anche per la sua avvenenza), pur se, per la verità, tutto lei fa per non sembrar tale (ci riferiamo qui, in particolare, ai capricci di altre bizzose artiste del passato più o meno recente, mentr’ella, invece, è di una spigliata, naturale e spumeggiante semplicità). Nota è la sua vicenda da Cenerentola, balzata alla fama della lirica grazie al maestro Valery Gergiev che ne aveva notato le qualità vocali mentre, come donna delle pulizie al Mariinskij di San Pietroburgo, si guadagnava i soldi per potersi pagare le lezioni di canto. Di lì a poco riflettori puntati su di lei ovunque, dalla «Traviata» polemica e antitradizionale di Salisburgo al Met, dalla Scala alla Carnegie Hall, fino ad altri templi consacrati dell’opera mondiale, di successo in successo, di consenso in consenso (di pubblico e di critica insieme), padrona come non poche della scena, grazie sia a una versatilità tonale, sia a indubbie qualità recitative.

Con Gergiev fece il suo debutto nelle vesti di Susanna in «Le nozze di Figaro» nel 1994. La sua ascesa vera e propria iniziò però l'anno successivo, quando, a San Francisco, interpretò Lyudmila in «Ruslan e Lyudmila» di Glinka. Da allora, ha interpretato numerosi ruoli, tra cui Donna Anna nel «Don Giovanni», Adina ne «L'elisir d'amore», Lucia nella «Lucia di Lammermoor» e Gilda in «Rigoletto». Nel 2005 è stata memorabile Giulietta in «Roméo et Juliette» di Gounod assieme al tenore Rolando Villazón (anche lo scorso anno al Met, ma con Roberto Alagna); nello stesso anno, sempre con Villazón, ha riscosso uno strepitoso successo di pubblico e di critica con la Violetta della già ricordata «Traviata» di Salisburgo.

Le sue incisioni, da "Opera Arias" a "Sempre libera", da "The Russian Album" a "Duets" (con Villazón) fino al recentissimo "Souvenirs" (tutti album pubblicati col gruppo Universal Classics) sono sempre state in testa alle classifiche internazionali del settore. La sua è voce di una delicatezza e di una flessibilità di soprano lirico-leggero ma dalla consistenza e dalla risonanza, nonché dalla "scurezza", di un lirico spinto.

Fortunati quelli che al Met o alla stessa Carnegie han potuto recentemente ascoltarla "dal vivo". Fortunati, anche, quelli che se la possono godere ora in due Dvd della Deutsche Grammophon (sempre gruppo Universal) registrati "live" al Met [«I Puritani» di Bellini, nella stagione 2006-2007, con John Relyea nelle vesti di Sir Giorgio e di un sorprendente Franco Vassallo in quelle di Sir Riccardo (sul podio il maestro Patrick Summers)], e all’Opera di Berlino [la «Manon» di Massenet, nella primavera del 2007, con l’immancabile Rolando Villazón al suo fianco (innamorato De Grieux), diretta da Daniel Barenboim].

Si tratta di due eccellenti edizioni, un capolavoro di romanticismo la prima, un po’ decadente (per atmosfere) quella del compositore francese. Nel capolavoro di Bellini, il suo testamento spirituale ed artistico (il Catanese morì nove mesi dopo la prima dell’opera), ci sono tutti gli elementi del repertorio romantico d’inizio XIX secolo: l’amore su tutto e le passioni che esso genera, la follia che nasce dalla delusione e dallo stupore dinanzi ai colpi incredibili ed imprevedibili del destino, il senso cupo della morte, la disperazione e il ritorno della luminosità della speranza, fino al realizzarsi di quel lieto fine cui le anime in pena non possono malgrado tutto non aspirare.

La Netrebko è, in questo struggente Bellini, la faccia e l’anima di una multiformità di sentimenti e di emozioni, e, grazie alla gamma stupefacente dei suoi colori (e calori) vocali, riesce a dar corpo e convinzione ad ogni attimo della vicenda che vede coinvolta la dolce e apparentemente fragile Elvira. E’ un’Elvira assai carnale questa, e molto umana. Innamorata e giovane prima, e poi sull’orlo della follia più travolgente quando l’amante che stava per sposare è accusato di tradimento e costretto alla fuga.

Quella della pazzia è scena che sta certo alla pari di quella di una certa Lucia donizettiana (anche lei stupendamente interpretata dal soprano russo), ma un po’ più vicina, questa, agli umani. In quest’edizione del Met la Netrebko s’abbandona ad una scena mozzafiato in bilico sullo spazio sottostante ov’è collocata l’orchestra. Un passato da acrobata le ha permesso un gesto che nessun’altra prima era mai riuscita neppure a pensare e, come se non bastasse l’agilità fisica (e la spericolatezza), capace di cantare lo strazio della fanciulla in maniera davvero strappalacrime. Notevole la sua lettura poetica e coinvolgente di "Son vergine vezzosa" e soprattutto di "Qui la voce sua soave" (nella citata scena della pazzia, con un mazzo di rose bianche sparse qual lacrime come i suoi lunghi capelli neri). Da segnalare anche il duetto nel finale con Arturo (un bravo Eric Cutler), "Vieni fra le mie braccia".

Era dai tempi della Sutherland, circa un trentennio, che il Met non rispolverava questo capolavoro. Le ragioni? Le difficoltà nel trovare un soprano che sapesse cogliere fino in fondo, dai sussurrati agli spinti, tutti i toni dell’anima (e della voce) della protagonista. Ascoltare e vedere per rendersene conto.

Di un sapore un po’ alla «Traviata» salisburghese, invece, la «Manon» massenettiana di Berlino. Di gran lunga diversa dal capolavoro pucciniano, quest’altra Manon è infatti creatura ben più volubile e parigina di quanto non fosse invece quella del Lucchese; certo più introversa e drammatica quest’ultima. Il canovaccio massenettiano somiglia solo alla larga a quello usato da Puccini: la protagonista anche qui finisce sì tragicamente, ma mentre la donna di Puccini è più sanguigna e credibile dal punto di vista umano, questa di Massenet sembra rispondere piuttosto ad esigenze spettacolari e cabarettistiche (notevole la metamorfosi cui rapidamente si sottopone anche il De Grieux di Villazón: da giovane innamorato a "quasi" sacerdote predicatore, scoprendosi poi nuovamente uomo di mondo, schiavo e preso dalle grinfie della diva di cui è innamorato e che, sulla scena, si comporta come una Marilyn Monroe o una Madonna.

Resta anche qui, tuttavia, il bellissimo canto e la tonalità vellutata della Netrebko e la forza notevole degli acuti di Villazón. Evidente ed immediata la speciale "alchimia" che esiste fra i due sulla scena; una coppia artistica, la loro, davvero assai affiatata e bollente nello stesso istante in cui i loro personaggi entrano per la prima volta a contatto (com’era già accaduto per la multicitata «Traviata» di Salisburgo). Ripetiamo: ascoltare e... vedere, per rendersene conto.