LETTERATURA/“Noir” all’italiana

di Valerio Cattano

Il rapporto fra giornalismo e narrativa italiana attraverso le risposte "a getto" di due cronisti, Massimo Lugli, autorevole firma di "Repubblica", e Gery Palazzotto, ex caporedattore del "Giornale di Sicilia", oggi uomo di lettere a tempo pieno.

Perché Lugli e Palazzotto? Di certo, nel vasto panorama del giallo e del noir italiano - che non sempre offre un prodotto stampato di qualità - sono due professionisti che hanno proposto lavori originali e ben accolti dalla critica, tanto da pubblicare entrambi altrettanti romanzi con lo stesso personaggio. Palazzotto ha scritto due storie con il commissario Giovanni Porzio («Di nome faceva Michele» e «Giù dalla rupe», Flaccovio editore) e Lugli ha scelto un barbone come protagonista dei suoi «L’istinto del lupo» e «La legge di lupo solitario» (Newton & Compton, collana Vertigo).

Lugli, trenta anni di nera nella Capitale a contatto con la realtà più cruda, poi scegli di scrivere storie "di fantasia"…

«Ho cominciato a lavorare in cronaca nel 1975 a Paese Sera... A quei tempi, lo stile di un pezzo, il suo respiro, il suo ritmo erano elementi fondamentali anche a costo di qualche "buco". Anno dopo anno, ho continuato a raccontare storie, delitti, stupri, attentati, ferimenti e tutta la gamma degli orrori ma allafine mi sono un po' stancato di seguire un canovaccio obbligato. Volevocreare una storia mia. Il primo approccio è stato con Donzelli quando mi chiese di scrivere "Roma Maledetta", nel 1998 ma anche quella a suo modo era un'inchiesta giornalistica: un viaggio nella città infera, sommersa, invisibile. Daallora mi è rimasto il tarlo: buttarsi nel romanzo, creatività pura. Ci ho pensato un bel po' perché il primo libro, "La legge di lupo solitario" è uscito solo nel 2007».

Palazzotto, due libri con un commissario definito "l’anti Montalbano": e poi, come spieghi la volontà di lasciare il giornalismo del quotidiano per dedicarti solo alla narrativa?

«Nel primo romanzo, il protagonista doveva essere un altro personaggio. Poi, scrivendo, è venuto fuori il commissario Porzio che si è imposto - da solo - sugli altri. Il secondo romanzo invece è nato proprio per lui. Le mie storie non hanno nulla a che vedere con quelle del maestro Camilleri. Però la critica, che ha sempre bisogno di termini di paragone, l’ha definito un "anti Montalbano". La mia scelta di campo? Insofferenza nei confronti di una realtà lavorativa che mi stava divorando il cervello. Poi, senza dubbio, un po’di follia».

Quanto vi ha aiutato il ruolo di cronista nell'intraprendere un rapporto proficuo con la casa editrice?

Lugli: «E' stata una combinazione, la Newton mi hachiesto di presentare un bel libro di Cristiano Armati, "Italia Criminale". Ho accettato con piacere e alla fine della presentazione ho chiesto se potevo spedire un manoscritto che avevo nel cassetto. Hanno detto di sì e dopo un paio di mesi mi hanno chiamato per dirmi che la storia li convinceva. Ma molticolleghi hanno incassato decine di rifiuti dagli editori...»

Palazzotto: «Zero. Quando ho terminato di scrivere, ho mandato il manoscritto a due case editrici, senza dire che mestiere facevo: solo nome, cognome e indirizzo. Mi hanno risposto tutt’e due nel giro di un mese e poi ho scelto. Sono stato fortunato».

Un cronista-scrittore ha una marcia in più per far conoscere le realtà degradate delle grandi città come della provincia, rispetto all’autore avulso dal contesto che deve informarsi con gli addetti ai lavori?

Lugli: «Qualcuno ha detto che per scrivere due romanzi sugli Ussari basta passare cinque minuti alla mensa degli Ussari. Forse è vero, forse no. Ma il fatto è che se noi giornalisti siamo abituati a calarci nelle situazioni più estreme, è anche vero che siamo maledettamente abituati a raccontare la verità e la verità spesso non basta per una storia... Faccio un esempio: un giovane scrittore che non sa un accidente di giornali e all'epoca deglianni di piombo era un bebè ha dato alle stampe uno dei più bei romanzi sul terrorismo che abbia mai letto: "La compagna P38". Come ha fatto? Semplice: ha lavorato come per un romanzo storico. Un giornalista ci sarebbe riuscito? Ne dubito».

Palazzotto: «Credo che cronista e scrittore siano due mestieri molto diversi. Il primo ha, certo, la maggiore conoscenza dei luoghi, delle situazioni. Il secondo ha un senso in più che gli consente di raccontarli anche senza averli mai visitati: è la potenza della fantasia».

Siamo capaci di riconoscere i meandri della metropoli americana più infima, ma magari il lettore si stupisce se il noirè ambientato in altrettanti contesti che però appartengono alla periferia di Roma, Napoli, o a una città siciliana: se il noir è italiano per temi e luoghi, perde il suo fascino?

Lugli: «Forse... Ma oggi c'è un revival del "brutti sporchi e cattivi" anche da noi e stiamo riscoprendo le borgate, i bassi, le periferie degradate e, insomma, le nostre banlieu. Quanto a me, ho evitato con cura di mettere anche un solo toponimo di Roma anche se la città dove si svolge la storia (le due storie) è facilmente identificabile. Anzi, mi ci sono proprio divertito: descrivo Fontana de’ Trevi e non le do il nome, portoil lettore nei sotterranei del Policlinico ma gli lascio immaginare chepotrebbe trovarsi in qualunque ospedale».

Palazzotto: «Negli ultimi anni c’è una superproduzione di noir in Italia. E spesso i temi trattati sono molto interessanti. Non è la geografia che dà appeal al romanzo: un libro perde fascino solo se è scritto male».

Entriamo nello specifico: "Non è un paese per vecchi" diCormac McCarthy ambientato alla periferia di Latina o nelle campagne di Caltagirone avrebbe la stessa presa sul lettore?

Lugli: «Io credo di sì... Forse il problema è che a noi manca un McCarthy o un mercato editoriale e un pubblico capace di apprezzare certi scenari come in Usa. Ubriaconi ce ne sono dovunque ma se li racconta un certo Charles Bukowski… beh, allora è un'altra storia. Io credo che con una forza espressivadel genere la gente se lo sarebbe bevuto (scusa il calambour) anche se lo sbornione fosse vissuto a Cisterna di Latina».

Palazzotto: «Certo, se resistessero tutti i riferimenti che impreziosiscono il romanzo di McCarthy: la pericolosità delle frontiere, la memoria sanguinante del Vietman, i paesaggi di terra, boschi e neve, l’ululato dei lupi...».

Quante possibilità ha un cronista-scrittore di diventare unastar della letteratura in Italia, rispetto al mercato degli Stati Uniti?

Lugli: «Molto poche, ahimè... Ma sai come si dice: spes ultima dea».

Palazzotto: «Dopo Roberto Saviano, praticamente pochissime».