Visti da New York

Il discorso dell'impotenza

di Stefano Vaccara

Il discorso di Capodanno del Presidente Giorgio Napolitano l’ho letto su internet e poi il giorno dopo nell’agenzia di stampa con le varie reazioni. Ero di turno al quotidiano e dovevo curare la pagina proprio su quello, l’approccio era freddo, insomma non facciamoci coinvolgere troppo e pensiamo al titolo e sommario con foto. "Per un’Italia più giusta", e poi qualcosa sulla crisi che deve portare gli italiani a reagire e bla bla.

Ma finito il lavoro, ripensadoci, ecco che quel discorso, accolto con applausi da tutte le forze politiche italiane, mi lascia indifferente, che in questo caso è peggio di contrariato. Perché dare tanta enfasi ad un discorso della "Prima carica dello Stato", pieno di tante cose buone e giuste, ma scontate e soprattutto che non possiede il potere della carica, senza il quale non si può scuotere e svegliare un popolo, soprattutto se spaventato?

La delusione è doppia perché stimiamo Napolitano. Lo pensiamo come un uomo politico capace che avrebbe potuto contribuire di più alla storia della Repubblica. Da studente ricordo un suo discorso in un albergo di Siena, lui allora "ministro degli Esteri" del Pci, dove ad ascoltarlo non c’era certo una moltitudine. Già, quel "migliorista" non scaldava gli animi dei militanti del suo partito, e infatti ad ascoltarlo attentamente c’era solo chi era più interessato a capire quanto uno come lui potesse riuscire a smuoverlo quel partito (ancora il muro di Berlino non era caduto) dalla parte sbagliata della storia. Quel "migliorista" sembrava onesto nel far capire le cose come stavano già allora, ma era sempre troppo prudente. Continua ad esserlo anche al Quirinale.

Invece ci sono momenti, grandi cambiamenti epocali come la grande crisi economica esplosa nel 2008 che annuncia di lasciare le più profonde ferite dei suoi morsi nel 2009, che non basta dire la verità, come fa Napolitano. Come fu per FDR o come sarà per Obama, bisogna essere in grado, mentre si indicano soluzioni, di convincere che si è il leader adatto per raggiungerle e per questo richiedere l’appoggio di un Paese unito. Solo così si può evitare di "aver paura della paura stessa".

Mentre Napolitano nel suo discorso riprendeva questa frase di FDR, riascoltandola poi su youtube tentando di capire se almeno con le immagini potesse "scaldare" di più, ecco che invece comunicava anche visivamente il contrario, un messaggio di impotenza che poteva trasmettere solo più timori per le sorti dell’Italia.

Il discorso di fine anno di Napolitano ha rivelato, ancora una volta, quanto un sistema di tipo presidenziale per l’Italia sia tanto necessario quanto in ritardo. Un presidente della Repubblica scelto dai cittadini, capace di rispondere con fatti e non soltanto con belle parole. Ma in Italia basta che anche Berlusconi dica che il sole serve a scaldare, che mezza Italia dirà sempre che brucia soltanto. Bisognerà aspettare ancora? Quando l’attuale premier italiano non sarà un giorno più tra i protagonisti della vita politica italiana, temiamo sarà troppo tardi per tutti.

Il presidente Napolitano così "sollecita", si "sente vicino", quindi ci "esorta". Purtroppo non basta.

"Sono convinto che possiamo limitare le conseguenze economiche e sociali della crisi mondiale per l’Italia, e creare anzi le premesse di un migliore futuro, se facciamo leva sui punti di forza e sulle più vive energie di cui disponiamo..."

"Dalla crisi deve, e può, uscire un’Italia più giusta...." "Non spetta a me indicare quali decisioni vadano prese in via immediata..." "Per l’Italia, la prova più alta - in cui si riassumono tutte le altre - è quella della nostra capacità di unire le forze, di ritrovare quel senso di un comune destino e quello slancio di coesione nazionale che in altri momenti cruciali della nostra storia abbiamo saputo esprimere...".

"Lo spirito del mio messaggio - italiane e italiani - corrisponde alla missione che i padri della Costituzione vollero affidare al Presidente della Repubblica: unire gli italiani, tenendosi fuori dalla competizione tra le opposte parti politiche, rappresentando, col massimo scrupolo d’imparzialità e indipendenza, i valori in cui possono riconoscersi tutti i cittadini. I valori costituzionali, nella loro essenza ideale e morale. Il valore, sopra ogni altro, dell’unità nazionale. I valori della libertà, dell’uguaglianza di diritti, della solidarietà in tutte le necessarie forme ed espressioni, del rispetto dei ruoli e delle garanzie che regolano la vita delle istituzioni". "Sento che questo è il mio dovere, questa è la mia responsabilità..."

Belle parole Presidente. Peccato che la responsabilità non vada oltre quella di pronunciarle.