SPECIALE/PERSONAGGI/Capelli all’italiana per le star

di Vanessa Usai

Avete presente la scena del film Sex and the City in cui Carrie Bradshaw, l’eroina della fortunata serie tv che da anni spopola in tutto il mondo, cambia testa e diventa mora? Il salone minimalista è in perfetto stile newyorkese, ma il suo proprietario, Riccardo Maggiore, capelli rossi ed efelidi da normanno, è un italiano di Catania che conquista la Grande Mela come un autentico self made man. Tanto che il sofisticato loft sulla 57ma strada all’angolo della Lexington Avenue è stato scelto come location per la celebre ripresa.

Riccardo comincia a fare il parrucchiere a 14 anni. A 15 si trasferisce a Milano per intraprendere una carriera di alto livello nel mondo della moda. Di giorno lavora nei saloni più di tendenza della città meneghina e la notte frequenta la prestigiosa scuola Centro Stile Moda. Riesce così a ritagliarsi un vasto portfolio di clienti e a guadagnarsi la reputazione di giovane artista assai dotato. Si fa notare per lo stile preciso e versatile dei tagli e l’avanguardia dello styling. Ben presto viene invitato nei backstage delle più importanti sfilate di moda, da Missoni a Armani. Negli anni successivi vince numerosi premi e lavora con leggende del settore come Vidal Sassoon e Aldo Coppola. È in quel periodo che il promettente siciliano viene incoraggiato a esportare negli Usa il suo talento.

«Vuole scrivere che sono stato un clandestino, che ho vissuto tre anni con la paura che venisse l’immigrazione e mi buttasse fuori? Tre anni in cui guardavo le porte di emergenza, così nel caso arrivassero potevo scappare?», esordisce Maggiore. Dopo un inizio «dal nulla, come fanno tutti», con dei parrucchieri italiani, Riccardo comincia a lavorare per un salone nell’area di Wall Street. «Era la fine degli anni Ottanta, tutti andavano in giro con delle enormi teste di capelli, ma in America era in atto un radicale cambiamento della donna e le pettinature iniziano a sgonfiarsi», ricorda lo stylist e colorist oggi quarantaduenne. Il giovane catanese in quel periodo si sente particolarmente creativo e percepisce l’esigenza di un cambio di rotta. Ancora oggi conserva numerose clienti che lo seguono da allora, quando erano donne in carriera nel financial district.

Nel 1995 apre il primo salone, sulla 56ma strada in prossimità della 5th Avenue, dove resterà per oltre 10 anni e consoliderà il proprio successo. Oggi il Riccardo Maggiore Salon ha una sede di 5000 square feet con vetrate che si affacciano sulla Lexingon Avenue, a due passi dai magazzini Bloomingdale’s. Offre servizi che vanno dalla cura dei capelli ai più svariati trattamenti estetici, conta uno staff di circa 60 persone, vanta clienti celebri del calibro di Jennifer Lopez, Christie Brinkley, Katie Couric, Alec Baldwin, Chaz Palminteri e ora anche una scena nella versione cinematografica di Sex and the City.

Come è successo?

«Sono stati loro a trovarci. Dopo aver selezionato i migliori saloni di New York hanno scelto noi».

C’è anche un suo "cameo".

«Appaio in un frammento di 7 secondi, ma nella scena principale è un mio collaboratore a pettinare Sarah Jessica Parker, mentre io impersono il colorist. Mi hanno pagato, perché altrimenti non l’avrei fatto, e in più ho avuto questo regalo, che nel film ci sono anch’io».

Insomma, una bella soddisfazione.

«Per me è stato bellissimo che abbiano scelto me, un salone italiano a rappresentare New York. Probabilmente lo hanno selezionato perché era quello più adatto alle riprese che loro cercavano. Nelle immagini infatti si vedono il pavimento, le luci, le postazioni di lavoro, lo stile moderno. Le riprese sono durate due giorni e sono state fatte la notte, quindi creando delle luci affinché sembrasse giorno. È servita un’intera giornata per poter creare le scene».

Com’è SJP?

«L’ho trovata molto simpatica, parlava con tutti. Indubbiamente lei era qui per fare il suo lavoro, girare la sua scena e andarsene, però con le persone che l’hanno avvicinata è stata molto socievole e disponibile. Io ci ho chiacchierato un po’ perché la sorella di suo marito, Beth Broderick, la protagonista del telefilm Sabrina, era una mia cliente».

Lavora spesso con il mondo della moda e dello spettacolo?

«Sì, e ho clienti che vengono da tutte le parti, che prendono l’aereo per venire nel mio salone, e questa è una cosa che mi lusinga molto. Arrivano da Boston, Chicago, Washington, Seattle, Wisconsin, Kansas. Ho un cliente che viene dal Texas con la sua fidanzata, è un grosso produttore di scarpe. Mi fa piacere che la gente apprezzi ancora, con quest’economia, la qualità del lavoro».

Una qualità un po’ "overpriced"?

«No, non credo. È vero che siamo molto costosi ma del resto se i miei clienti non potessero pagare quello che chiedo, io probabilmente non potrei essere sulla 57ma strada».

Ci può raccontare qualche aneddoto sui clienti celebri?

«Una cosa che a me piace molto quando vengono persone famose è che loro non si vogliono sentire celebrities. Vogliono camuffarsi nel salone e io rispetto la loro privacy. Tra i miei clienti ho anche politici molto importanti. Vengono qui per avere un servizio professionale, elegante, anche gioviale ma sempre entro i limiti professionali. Altrimenti si sentirebbero come se stessero lavorando, invece vengono qua per rilassarsi, e scelgono me proprio perché offro questo tipo di servizio».

Cos’ha trovato in America?

«Quando sono arrivato qui mi sono sentito come se si aprissero le porte. Ero un ragazzo semplice ma pieno di iniziativa, di buona volontà e voglia di crescere. In Italia mi sentivo soffocato dalla burocrazia. Non avevo una lira, qui ho chiesto dei soldi in banca e me li hanno dati. Quando mai me li avrebbero dati in Italia senza avere niente? Se non c’è questo aiuto a livello governativo non hai l’opportunità di crescere. Qui ci sono degli aiuti per chi comincia da zero, ti danno un piccolo prestito per aprire la tua prima attività, che non è tanto però è un inizio. Ora io ho un impero».

Come ha raggiunto il successo?

«Ho lavorato durissimo. All’inizio, quando ho aperto il mio primo salone, non mi vergogno a dirlo, ho persino imbiancato e piastrellato io stesso. L’America non ti da niente per niente, devi essere tu a prendere l’iniziativa, lavorare sodo e a costruire. Nel momento in cui ti senti grande è facile crollare. Io voglio sempre crescere, dalla mattina alla sera cerco di trovare idee nuove, modi nuovi di fare i capelli, faccio lezioni per i miei assistenti, prendo lezioni. Per crescere devi avere una mentalità aperta, o sei bruciato. Ho lavorato, e non mi ha aiutato nessuno. Oggi posso solo dire grazie al governo americano che mi ha dato il mio primo prestito, pochissimo, però abbastanza per avviare il mio salone. Piano piano l’ho ingrandito e poi ho avuto abbastanza soldi per aprire questo».

Oggi lei è un professionista affermato. Come è riuscito a farsi conoscere in una città in cui c’è sicuramente tanta concorrenza?

«Devi continuamente investire nelle pubbliche relazioni, se non investi nelle pr non vai da nessuna parte. Ma credo che abbiano influito anche la mia personalità e il mio modo di vedere le cose».

Com’è cambiata la sua vita dopo 19 anni?

«Senza dubbio ora la mia vita è a New York. Qui ho il mio lavoro, la mia casa nel Westchester, mia moglie Eileen, che è anche la mia manager, e i miei figli. Sono sempre molto legato all’Italia, torno spesso, guardo i canali italiani, leggo i giornali italiani. Però ciò che veramente mi ha permesso di avere la vita che ho adesso è l’America. Dubito che in Italia sarei riuscito a fare ciò che ho fatto qua. Vedo i miei fratelli, che a Catania sono parrucchieri come me, i miei amici, e credo che l’America abbia delle marce in più».

Quindi il sogno americano esiste ancora?

«Non so se ancora esiste, ma per me è esistito, perché ho realizzato quello che volevo: avere un salone bello, grande, elegante, che mantengo sempre all’avanguardia. E che mi da delle soddisfazioni».

E in Italia?

«Mi trovavo bene, ma la differenza è che a Milano lavori per mantenere la tua vita, non per crescere, e stiamo parlando di una vita molto modesta, invece a New York la mentalità è differente, qui anche l’operaio può guadagnare bene e comprarsi una casa agli Hamptons».

Nessuna nostalgia?

«I primi tempi, ora non più. Mi mancano gli affetti, però non ho un’immagine nostalgica perché ci torno spesso. Oggi con l’aereo non è più come una volta. E poi con il tempo si entra nel meccanismo americano che quando vai in Italia, dopo due, tre settimane, cominci a rimpiangere».

Pensa che un giorno tornerà a vivere nella sua Sicilia?

«Mi piacerebbe quando sarò in pensione, ma per lavorare, oggi, preferisco l’America».