PRIMO PIANO/ROM IN CALABRIA/Zingari? Far finta di niente

di Valeria Sabatini

Tra il Pollino e la Sila, il Tirreno e lo Jonio, nella terra degli antichi Brettii, gli zingari si sono stratificati nel corso dei secoli, disseminandosi qua e là a grappoli. La Calabria era terra di emigrazione, lo è anche oggi purtroppo. Cento anni fa emigravano contadini, oggi se ne vanno i laureati. Ma la Calabria a sua volta come tante altre regioni, è diventata terra d’immigrazione per nuovi disperati.

Gli zingari che vivono a Cosenza si chiamano Rom perché vengono dalla Romania, ma le etnie nomadi presenti in Italia sono varie. Ci sono i Sinti ad esempio, soprattutto al nord, di origine indiana. Poi ci sono anche gli zingari italiani, a Cosenza ma anche nel resto d’Italia, nelle regioni centrali ad esempio, da generazioni cittadini a tutti gli effetti ma che hanno voluto mantenere il loro status nomade.

Dei primi, i Rom si sa che per vivere generalmente si dedicano all’accattonaggio, attività quasi sempre lasciata alle donne e ai loro (o di qualcun altro) figli. Per cultura il maschio rom evita il lavoro, il suo ruolo nel clan è quello del capo che rimane nell’accampamento demandando alla donna il compito di procurare reddito.

Più complicato definire cosa fanno i nomadi cosentini, ma, i dati sulla criminalità locale fanno intuire che molte delle loro attività finiscano nell’illecito di traffici di vario genere.

Le migrazioni dei nomadi sono un fatto a sé, diverse da tutte le altre ed anche per questo volenti o nolenti portatrici di problemi diversi e non sempre risolvibili. A Cosenza succede che perfino la convivenza tra nomadi e nomadi genera problemi, guerre tra poveri, dove non vince nessuno e servono solo a rendere più evidente la miseria e il degrado di chi le combatte.

Accade allora che quelli italiani vanno negli accampamenti dei rumeni, parcheggiati dall’amministrazione comunale a Vaglio Lise, una zona a ridosso della stazione ferroviaria, usano il campo come discarica, e li minacciano per farli stare zitti.Cosenza, si sa, è piccola i semafori sono sempre quelli e alla fine ci si incontra. Questa è la situazione con la quale la città convive da anni ed, anche se non se ne parla, queste presenze ingombranti di certo vengono sentite con disagio dai cittadini. Non si sa se allo stesso modo mettono a disagio le istituzioni che finora, tranne pochi tentativi, non sono riuscite a fornire risposte efficaci. Ma tutti fanno finta di non saperlo. Perché sarebbe amaro ammettere che questo ha trasformato una piccola parte di loro in agguerriti soldatini e colonnelli della ‘ndrangheta. Allevavano cavalli, riciclavano materiali di scarto, come avviene un po’ dovunque.

Cosenza è piccola, Vaglio Lise non è Casilino 900, il campo nomadi più grande d’Europa alla periferia di Roma, ma proprio per questo se i nomadi ci sono, se fanno accattonaggio a Corso Mazzini, se quando si passa davanti l’ingresso del vecchio mercato ortofrutticolo la sensazione è quella di attraversare una discarica, viene da pensare che forse chi doveva gestire i rom un gran lavoro non l’ha fatto. Tanto più che il campo dove lo scorso anno vennero spostate decine di famiglie per salvarle dalla piena del fiume Crati, non è neanche autorizzato. Il comune si limita a tollerarlo.

 In città il Crati scorre dietro la stazione. I Cosentini hanno rinunciato da tempo a frequentare queste rive. In estate vi fiorisce spontanea una macchia intricata di erbacce. In passato, il Comune provvedeva a ripulire tutto, disboscando la foresta di canneti ed arbusti. Ma nell’ultimo anno, l’amministrazione ha trascurato la pulizia degli argini. E ci si sono insediati centinaia di rom, regolarmente muniti di documenti europei. Chi si scandalizza alla proposta di prendere le impronte digitali dei loro bambini per potere in qualche modo controllare che vengano mandati a scuola, anziché usati sui marciapiedi per fare l’elemosina o mandati a rubare, evidentemente, in un campo nomadi, non c’è mai entrato.

Noi a Vaglio Lise ci siamo entrati. Il primo accampamento che ci si trova davanti è abitato da rom per così dire più socievoli, ti fanno entrare, parlano, qualcuno si sfoga anche dicendo che lì non ci vuole più rimanere che vorrebbe tornare in Romania. Come Mario trent’anni e due figli, lui a Kreuznack ha una casa anzi l’aveva perché adesso è nelle mani di una banca e se non trova 19mila euro per estinguere il debito la banca gliela porta via. Ci chiede se possiamo aiutarlo. Forse è l’unico rom che se ne vuole tornare in Romania, Le baracche sono fatte di pezzi di compensato e di bandoni di alluminio. I bambini, che pure vanno a scuola, sono tutti sporchi, perché giocano nel fango e nelle pozzanghere di un campo senza strade asfaltate. Gli adulti giurano di mandarli a scuola, una donna ci dice il mattino passa lo scuolabus a prenderli. Sembra improbabile però che questi bambini una volta in baracca, facciano i compiti o vengano seguiti. Ne contiamo una dozzina giocare tra il canneto. Spuntano anche un paio di topi, piuttosto grossi, portano in bocca dei pezzi di cibo. L’igiene è pochissima. Palesemente. Molti ed enormi, i cumuli di immondizia a lato della baraccopoli. E molta di quella spazzatura viene scaricata li dagli altri nomadi, gli zingari cosentini, che usano l’accampamento come discarica dei loro inerti, vecchie lavatrici, mobili roba ingombrante buttata in mezzo al campo.

Nelle altre città si allestiscono le isole ecologiche per questo, a Cosenza si fanno le ripicche tra disperati. La situazione è peggiore sul vialetto che attraversa le baracche e porta in riva al fiume. L’anno scorso anche lì c’erano delle baracche. Che furono demolite dalle ruspe del Comune per prevenire i rischi delle piene. Adesso ci sono rifiuti di varia natura. E topi.

Non sono solo i rifiuti a compromettere l’igiene. La mancanza d’acqua fa la sua parte. E non c’è neppure la luce. Non potrebbe essere altrimenti visto che il campo è abusivo, ufficialmente non esiste di conseguenza l’amministrazione non ha mai attivato interventi per renderlo meno desolante per chi ci vive e per chi ci passa davanti. Vennero installati quattro bagni chimici, ma hanno funzionato per poco. La strada che porta al mercato ortofrutticolo è una strada chiusa, in teoria non c’è necessità di passarci. Ma il fatto che si trova comunque in una zona centrale di Cosenza, ad un chilometro dalla stazione dei treni, e dietro al "grattacielo orizzontale", appartenuto alla Carime e recentemente acquistato dalla Provincia per collocarvi i suoi uffici, forse imporrebbe una rivalutazione di quell’area e invece quello che rimane è solo sporcizia. L’unica acqua disponibile è quella del fiume che, a vederla non serve neppure per lavarsi.

Visto che questo gruppo non ha difficoltà a parlare chiediamo se hanno sentito parlare del decreto Maroni, se sanno che il governo vuole censire i bambini prendendo loro le impronte digitali. Non sanno neanche di cosa stiamo parlando, forse non capiscono l’italiano, è quindi difficile capire cosa dice il telegiornale, la spiegazione più ovvia però forse ce la dà la stessa donna che ci ha assicurato a proposito dello scuolabus; la televisione non la possono vedere perché non c’è corrente elettrica. Quando fa buio si accendono le candele. Appunto. A guardarsi intorno viene da chiedersi come sia possibile che alcuni in tono da radical-chic possano definire razziste misure che forse aiuterebbero a tutelare i più indifesi.

Ci spostiamo verso l’altro campo, l’ingresso è accanto al cancello del mercato ortofrutticolo, ma non vi si può accedere, alcuni bambini probabilmente vedette corrono ad avvertire gli adulti che ci bloccano. Tranne pochi volontari e le forze dell’ordine non vi accede quasi nessuno. Fotografi e giornalisti non sono i benvenuti. La diffidenza gioca un ruolo importante. Ma non si andrebbe lontano dal vero a intuire, dietro questo atteggiamento, la voglia di nascondere qualcosa. Non facciamo in tempo a varcare l’ingresso che subito si parano davanti alcuni bambini, con la scusa di giocare con delle vecchie ramazze di fatto ti bloccano, poco dopo arrivano alcuni adulti, forse i "portavoce".

Con un po’di fatica si riesce ad abbozzare un discorso. Naturalmente dirigono loro la conversazione, Matilde Ferraro ex assessore comunale che lo scorso anno si preoccupò dello sgombro di quei rom accampati lungo il fiume e quindi i nomadi li conosce bene, spiega che è nella loro cultura adattarsi a quello che si trovano davanti, ti dicono quello che ti vuoi sentire dire, in una sorta di pseudo vittimismo ad hoc a seconda delle situazioni. Un ragazzo racconta che alcuni di loro vennero sistemati nelle case popolari però lui vive meglio lì, vicino al fiume perché la casa il Comune dopo tre mesi smette di pagartela e quindi ti devi trovare un lavoro se vuoi mantenertela. Molto meglio il campo. Abusivo.

Chiediamo anche a loro se hanno sentito parlare della storia delle impronte digitali, dicono di non capire di cosa stiamo parlando ci sorge il dubbio se non hanno capito la domanda o se non l’hanno capita apposta. Un dubbio che nasce spontaneo vedendo le condizioni dei bambini che, con la scusa di giocare ci impediscono di fare un passo oltre il cancello. Vestiti in maniera approssimativa, sporchi, se del primo campo si poteva avere qualche dubbio sul fatto che questi minori venissero effettivamente mandati a scuola, per questo clan, chiuso nella sua omertà sembra più di una certezza.

Maria Pangaro è una volontaria di 27 anni, da anni lavora a contatto con i Rom. Racconta che il problema principale non è quello dei minori usati per l’accattonaggio ma c’è anche l’orribile sospetto che soprattutto le bambine possano essere vittima di episodi di pedofilia. In varie occasioni delle minori sono state viste passeggiare lungo i bordi della strada. Episodi troppo insoliti per non fare nascere sospetti. Sul numero dei rom l’ultimo censimento a cui rifarsi è quello dell’ottobre dello scorso anno che contava 226 persone la cattiva stagione ha consigliato a molti di loro di rientrare in patria. Ad un anno dallo sgombro avvenuto nella notte tra il 16 e 17 novembre la situazione è peggiorata. Ancora. Nuovi nuclei familiari si sono accampati, contarli per l’ufficio statistica è un’impresa, visto che molti si nascondono e, piuttosto discutibile, il comune, per il momento, ha deciso di non avviare il censimento delle impronte digitali almeno fino a quando non si verificano episodi seri di criminalità.

Ora siamo dunque punto e a capo. Come un anno fa, si tenta di secolarizzare molti ragazzi. Più che per istruirli, per toglierli dai marciapiedi. Come capitò un anno fa, c’è il rischio che molti genitori italiani non vedano bene la cosa. Ad occhio e in assenza di altri dati, la situazione che si è venuta a creare a Cosenza è la seguente: tranne alcune famiglie molti l’inverno vanno via. Per tornare a primavera. Parlare di migrazioni e di nomadismo è fuor d’opera: siamo al pendolarismo vero e proprio. Il pacchetto Maroni, è in dirittura d’arrivo. E gli slogan servono a poco. Compresa l’accusa di razzismo ritualmente rivolta a chi segnala le emergenze. In Europa il razzismo lo fa chi può permetterselo.