A modo mio

Italia fragile e colpevole

di Luigi Troiani

Alle 5,21 del mattino degli Innocenti, come oggi cent’anni fa, lo Stretto è squassato da interminabili secondi di terremoto avido di vite umane. La magnitudo 7,1 Richter (12° grado della scala Mercalli) si porta via circa centomila esseri umani, comprese le vittime del maremoto e degli incendi. Messina rimane con 2200 delle sue 8000 case, l’attonita Reggio Calabria ne conta in piedi 176 su 3600. La città siciliana sprofonda di almeno settanta centimetri, Reggio di circa cinquanta. A scendere in mare è tutta la regione, con la sola eccezione di Melito di Porto Salvo, innalzata di dieci centimetri. La catastrofe è così sconvolgente che, come mostrerà nel 2008 una ricerca di medici e biologici siciliani ripresa dal magazine scientifico statunitense Nature Genetics (v. Oggi7 dello scorso 9 marzo), ne risultano mutati i geni delle popolazioni dello Stretto e di quelle in un raggio di centinaia di chilometri dall’epicentro del sisma, anche a causa della fuoriuscita del radioattivo radon dalle fenditure della crosta sottomarina. Responsabile di tutto, una faglia sprofondata a tre chilometri sotto il fondale dello Stretto, che quando prende ad agitarsi, mobilita le faglie superiori in un efficace sistema di killeraggio dell’ambiente circostante.

Di quanto avvenne in quei giorni sono rimasti ricordi e documenti. Le testimonianze dei sopravvissuti, gli atti ufficiali, le foto delle città in macerie con la Palazzata di Messina trasformata in una sequela di vuote facciate. La dedizione dei soccorritori, a cominciare dai marinai dell’ammiraglio russo Litvinov, entrati nello Stretto la mattina del 29 senza nessuna idea degli avvenimenti delle ore precedenti. Le misure dello stato, che rastrellò risorse con un’apposita tassa stanziando 30 milioni di lire per l’emergenza.

Reggio e Messina, rase al suolo già nel febbraio 1783 da un altro violento sisma, reagirono con coraggio e dignità al ripetersi della sventura. Non può dirsi altrettanto dei comportamenti di stato e istituzioni dell’autonomia. La legge per la ricostruzione evocò misure antisismiche in linea con quelle previste dai Borbone nelle due Sicilie e dai Papi nel Regno pontificio: proibizione di palazzi oltre i dieci metri, imposizione di strade larghe almeno dieci metri, interdizione di edifici su pendii e zone paludose. Il secolo avrebbe visto il dilagare dell’abusivismo edilizio intorno allo Stretto e nessun enforcement delle norme dell’emergenza. Le baracche costruite per gli sfollati sulle superfici extraurbane sono ancora lì, e ci vive gente che paga affitto e oneri di urbanizzazione. Ho sotto gli occhi il reportage di Cesare Fiumi di qualche mese fa, dal titolo "Messina, cent’anni nelle baracche": foto e dichiarazioni in presa diretta. Concetta Albano, ottant’anni, fotografata nella baracca di legno del 1909 dove ha sempre abitato, dice: "Ieri sera ho ammazzato un topo con una cucchiaiata". Orazio Andronaco, settantun’anni, baraccato all’Annunziata, dove in due stanze con la moglie ha cresciuto dieci figli: "Dormivamo una sopra l’altro, come animali".

Tra Scilla e Cariddi, zona tra le più sismiche al mondo, secondo i progetti dell’attuale governo andranno presto sospesi 3666 metri di ponte per 166mila tonnellate in cemento e acciaio, progettato per resistere a un sisma di magnitudo 7,1 Richter. Sono anni che per quest’opera rischiosissima sul piano sociale oltre che ambientale, si battono forze che fiutano affari e soldi facili. L’Italia, intanto, resta con cinquecento comuni nella fascia di rischio sismico più alta, e 2700 in quella immediatamente successiva. Sicilia e Calabria con strade e ferrovie fatiscenti. Valga il vecchio sarcasmo irlandese: "Se vuoi sapere cosa Dio pensa dei soldi, guarda a chi li dà".