Visti da New York

Obama senza una priorità

di Stefano Vaccara

Le bombe di fine anno in Medio Oriente ricordano, a chi si fosse distratto a soppesare solo il portafoglio, che nell’anno che verrà i temi economici non saranno i soli a far scottare l’agenda del Presidente Barack Obama. La nuova amministrazione Usa dovrà distinguersi dalla precedente anche per questo, per la velocità con cui riuscirà a concentrarsi su più fronti contemporaneamente e senza trascurare il non rimandabile. Anche perché altri cento "bail out" salverebbero ben poco del "burro" dell’economia Americana e mondiale se non si fermano in tempo certe cannonate. Dato che qualcuna potrebbe fischiare con qualche testate atomica, immaginate quanto il "New-New Deal" di Obama diventerebbe prioritario in quel caso.

Anche in questo campo si spera che il giovane presidente si ispiri a FDR. L’uomo in sedia a rotelle che salvò l’America e il mondo dalla catastrofe, era stato eletto per scacciare via "la paura di aver paura". Anche gli americani che alla fine del ’32 iniziavano le fila per una minestra calda, potevano avere come priorità assoluta solo la grande crisi economica, e per questo pretendevano dal loro nuovo presidente che si concentrasse sul fermare la grande depressione. Ma FDR, senza poter coinvolgere troppo una opinione pubblica "iper isolazionista", non trascurò mai di occuparsi dei grandi equilibri mondiali sempre più traballanti. Proprio mentre lui entrava alla Casa Bianca nel ‘33, Hitler arrivava al potere, Stalin consolidava la dittatura dello Stato-Partito, il Giappone continuava la sua espansione in Asia, Mussolini preparava l’invasione dell’Etiopia...

Ecco che allora una delle primissime mosse di FDR fu quella di riconoscere diplomaticamente l’Unione Sovietica, una decisione affatto "politically correct", dato che fin dalla rivoluzione bolscevica ogni amministrazione americana si era rifiutata di riconoscere il regime comunista. Lo fece già nel ‘33, Roosevelt, perché già allora capiva che un enorme paese come la Russia doveva in qualche modo poter servire gli interessi dell’Occidente, non certo per poterne imitare il sistema economico (anche se il New Deal fu superficialmente subito equiparato dai suoi critici alla pianificazione quinquennale sovietica), ma per contenere l’aggressività delle altre potenze totalitarie già presenti (Giappone) e future (Germania). Evitare cioè un "super-patto d’acciaio" tra le potenze totalitarie che potesse schiacciare le democrazie. FDR aveva visto giusto infatti, e anche se non riuscì a scongiurare gli eventi del ’39, poi riuscì a fare della Russia comunista quell’alleato indispensabile per piegare il nazismo, questo grazie all’aiuto arrivato dalla megalomania di Hitler con l’operazione Barbarossa nell’estate del 1940.

Ecco quindi che FDR sapeva come affrontare la grande depressione economica senza trascurare il mondo, e si preparava fin dal primo giorno in office alle tempeste che sarebbero arrivate, cercando in tutti i modi di rendere pronti gli USA alla resa dei conti con le dittature. Dovette farlo con estrema prudenza (altrimenti avrebbe perso le elezioni), ma nel suo Studio Ovale la politica estera e di difesa non furono mai "secondary problems".

Ora Obama, nel sempre più esplosivo Medio Oriente, dovrà imitarlo. Cominciando subito a trovare, oltre la naturale Israele, nuovi possibili stati che seppur ancora non amici "naturali" (almeno fino a quando mantengono certi regimi al potere), possano contenere i pericoli crescenti che arriveranno dal fondamentalismo islamista. Ecco, FDR temeva sia il nazismo che il comunismo, entrambi totalitari e quindi simili, ma cercò in tutti i modi di non farli alleare. Ecco così che una nuova politica di Barack Obama nei confronti dell’Iran fondamentalista sì, ma sciita, potrebbe diventare necessaria nel contenere l’islamismo sunnita e viceversa, come fu quella di FDR ai tempi di Stalin.

Mentre scriviamo ci giungono le gravi notizie da Israele e dalla striscia di Gaza. Prima di condannare, bisognerebbe cercare di immaginare di essere lì, da una parte e poi dall’altra della barricata. In questo caso, chi scrive pensa che solo da una parte ci sia ancora la possibilità di compiere una scelta diversa e poter non soffrire le conseguenze del proprio annientamento. Certo, si può condividere le preoccupazioni e le critiche sulla proporzionalità della risposta israeliana al lancio dei razzi palestinesi, ma non si può mettere in dubbio il principio di auto difesa da parte di uno stato. Israele ha tutto il diritto di rispondere al lancio di esplosivi provenienti da Gaza e, sottoliniamo, rispetto al passato questo ancora di più, dato che Hamas non è più una organizzazione terroristica ma rappresenta il governo che controlla il territorio da dove questi attacchi provengono. Chiedere ad Israele di non rispondere è come chiedere a qualcuno di suicidarsi per non peccare, per non disubbidire al comandamento di non ammazzare. Gli individui possono anche prendere questa estrema decisione etico-religiosa, uno stato democratico no.

Ai lettori gli auguri per un nuovo anno meno triste.