Che si dice in Italia

L’esempio di Tettamanzi

di Gabriella Patti

Bella "mossa" del Cardinal Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano: un fondo "famiglia-lavoro" da un milione di euro per chi rischia di perdere la propria occupazione a seguito della crisi internazionale. L’alto prelato lo ha annunciato nella sua omelia della notte di Natale nel Duomo della città. Le risorse, ha spiegato, arriveranno dall’otto per mille (cioè dalla quota di imposte destinata volontariamente dai contribuenti alle iniziative sociali) dalle offerte e "da scelte di sobrietà della diocesi e mie personali" mentre la distribuzione dei fondi avverrà nei prossimi mesi con una destinazione mirata e non a pioggia. L’iniziativa è di quelle che la gente si aspetta dalla Chiesa. Dalla quale, invece, troppo spesso arrivano richiami e solleciti che non sembrano tener conto dei tempi mutati.

L’ECOMOSTRO è "un edificio o un complesso di edifici considerati gravemente incompatibili con l’ambiente naturale circostante". Così recita Wikipedia, l’enciclopedia globale. Il termine, che già circolava da tempo, è assurto a definitiva notorietà grazie all’abbattimento - in diretta televisiva e dopo anni di polemiche e battaglie legali - dell’orrendo e gigantesco palazzone che deturpava il lungomare di Punta Perotti a Bari. Ma gli ecomostri, a quanto pare, sono una razza prolifica. Soprattutto in Italia, verrebbe da dire. A fatica riesci ad eliminarne uno, ed ecco che ne spuntano tanti altri.

 Se non ci credete, se mi giudicate la solita pessimista, vi consiglio una rapida e istruttiva navigazione sul web. Per esempio, andate su www.iluoghidelcuore.it, il documentatissimo sito del Fai, il Fondo per l’ambiente italiano. Tra le fotografie inviate da soci e semplici cittadini c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ecomostri un po’ dappertutto, come risulta dal quarto censimento realizzato dall’associazione. A Tagliacozzo (Abruzzo), nel milanese Parco delle Cave, nell’Alpe Bianca a Viù in provincia di Torino, nel Parco secolare di Noverate (Como) che verrebbe devastato dalla colata di cemento di una speculazione edilizia, a Riposto (Catania) dove è a rischio il vecchio Faro: la lista è lunghissima. Qualcosa si riesce a bloccare. Grazie proprio agli interventi di gruppi di persone come quelle del Fai. Alle spalle di un convento cinquecentesco sul Brolo di San Giacomo di Veglia a Vittorio Veneto pendono preoccupanti progetti di edificazioni: il Fai, per ora, è riuscito a bloccarli. Così come ha fermato, sempre per ora, la megaspeculazione nella meravigliosa e intatta campagna del Canavese (Piemonte) che attornia la reggia di Masino. Un caso emblematico, quest’ultimo: per il restauro del Castello sono stati spesi milioni di euro, raccolti tra pubblico e privato; la reggia, tornata al suo antico splendore, oggi è meta di turisti ed ha rivitalizzato economicamente la zona.

Perché rovinare tutto, circondandola di cemento? Insomma, come si domanda Giulia Maria Crespi, grintosa fondatrice e animatrice del Fai, "perché dimentichiamo il nostro passato che è la nostra grande ricchezza?". La risposta, ovvia, se la dà da sola: per soldi. Oggi poi i Comuni, che hanno perso circa 3,2 miliardi di euro dall’abolizione dell’Ici, "sono ancora più affamati di liquidità per le loro spese correnti: asili, scuole, strade, smaltimenti rifiuti, fognature, tempo libero". Tutti progetti necessari per la gente, certo. Ma come reperire il denaro? Ecco dunque che gli oneri di urbanizzazione - ovvero: le imposte che si ricavano dalle costruzione - sono sempre e più che mai appetibili. Si tratta di trovare il giusto equilibrio. Perché, se è vero che strutture e infrastrutture servono, è anche vero - parole sempre della Crespi, ma che faccio mie – che "il suolo, una volta edificato, è perso per sempre". E se perdiamo il nostro patrimonio culturale, storico e artistico abbiamo perso tutto. Ecco, l’augurio per l’anno che inizia è che il dialogo tra interessi contrapposti possa concludersi con il bene del Paese.