Il rimpatriato

Argentina, così lontana dall’Italia

di Franco Pantarelli

"L'Argentina? Un po’ come l’Italia, solo un po’ peggio”, mi dicevano tanti anni fa i miei amici che da quel Paese erano sfuggiti alla feroce e sanguinaria dittatura di Jorge Videla e che in Italia avevano trovato un rifugio, una speranza, un luogo sicuro in cui sognare il ritorno della libertà nel loro Paese. Non era facile la loro esistenza. Nei loro cuori c’era l’orrore cui avevano assistito, nella loro memoria le immagini dei figli, padri, mariti, mogli, sorelle, fratelli che un giorno erano stati portati via e dei quali non si era saputo più nulla e le loro giornate erano divise: da una parte gli enormi sforzi per assicurare ai propri bambini - sfuggiti a loro volta all’immondo mercato delle “adozioni forzate” - un pasto caldo, l’istruzione scolastica, magari un giocattolo, dall’altra parte la necessità di “fare qualcosa” affinché finisse la mattanza che si stava consumando ogni giorno contro i loro compatrioti che dall’Argentina non erano riusciti a fuggire.

Non era facile, la loro esistenza in Italia, ma non mancava il conforto della solidarietà di una buona parte degli italiani, ancora ignari che un giorno la parola “libertà” sarebbe stata associata a uno strano partito fondato da un ricchissimo signore sul predellino di una lussuosa automobile, che la massima aspirazione sarebbe diventata quella di fare le “veline” o di partecipare all’”Isola dei famosi” e che una banda di sindaci cafoni avrebbero organizzato le “ronde anti-stranieri”.

Quando scherzavano sull’Argentina “come l’Italia” intendevano dire che anche da loro c’erano le stesse disfunzioni organizzative, la stessa ottusità burocratica e la stessa inefficenza. E quando dicevano “un po’ peggio” intendevano dire che quella similitudine da loro era perfino accentuata. Adesso che in Argentina ci sono anch’io, portato da questioni personali legate proprio alle grandi amicizie nate negli anni della fuga dagli assassini, anche a me verrebbe da dire che questo Paese “somiglia” all’Italia. Ma fino a un certo punto. Certo, l’organizzazione lascia a desiderare, i giornali raccontano la commistione fra politica e affari, le ironie sulle costruzioni che si rivelano delle interminabili “fabbriche di San Pietro” dilagano e anche qui c’è chi lamenta che il trionfo dei furbi ai danni degli onesti.

Ma il trauma della dittatura, dalla quale il Paese è ormai uscito, continua a pesare: negativamente perché il dolore delle ferite è ancora acuto, ma anche - oserei dire - positivamente per l’impegno con cui le vittime di ieri si battono per ottenere giustizia, che vuol dire punire i colpevoli di ieri e porre una barriera contro nuovi, potenziali colpevoli di domani.

Per la verità, più che “continuare” il peso della dittatura sembra essere “ripreso”, nel senso che prima di dare vita alla resa dei conti con gli assassini c’è stato un lungo periodo in cui gli interessi di chi voleva far finta di nulla sono sembrati prevalere. Il potere democratico, infatti, è passato prima nelle mani dell’ignavo Raul Alfonsin, che dopo avere assicurato alla prigioni la “cupola” della dittatura, decisa che doveva finire lì e promulgò due leggi ad hoc, al corrotto Carlos Menem, che promulgò un indulto per mettere fuori anche quelli della “cupola”. In tutto, quei due uomini hanno dato agli assassini sedici anni di impunità e alle loro vittime sedici anni di disperazione.

C’è voluta la grande crisi di fine secolo perché emergesse un presidente come Nestor Kirchner, che è stato capace di portare l’Argentina non solo avanti, cioè fuori dalla crisi, ma anche indietro, vale a dire alla ripresa delle indagini sui crimini commessi e ai processi contro i loro responsabili (cancellando le leggi di Alfonsin e l’indulto di Menem). A tutt’oggi sono state emesse una sessantina di condanne - fra cui quella che ha rispedito in galera Jorge Videla e gli altri - e più di mille indagini hanno ripreso il loro corso. I familiari degli scomparsi sono attivissimi nella ricostruzione di ciò che è accaduto e ogni tanto scoprono anche qualcuna delle piccole, segrete “Via Tasso” che la dittatura aveva creato per nascondere meglio le tracce della gente che sequestrava.

L’ultima individuata finora è stata aperta al pubblico l’altro giorno. L’unico detenuto che era riuscito a scappare spiegava compiaciuto il modo in cui aveva gabbato i carcerieri ma raccontava anche la sua frustrazione per non essere riuscito ad aprire la porta della cella accanto, dove era rinchiusa una donna. Lei in quella cella senza finestre, circa un metro per uno e mezzo, rimase altri due anni. Adesso è una giornalista della tv molto conosciuta. Come vedete, siamo un po’ lontani dalle veline e dai famosi dell’isola.