Che si dice in Italia

Evviva la Madonna di Fiesole

di Gabriella Patti

Lasciamo perdere la desolazione della politica italiana, sempre più screditata da arresti eccellenti e sterili polemiche tra partiti che sono sempre meno seguiti dalla gente. Voglio darvi una buona notizia, di quelle che ci rendono soddisfatti di essere italiani. Un capolavoro degli inizi del Quattrocento, attribuibile al grande Brunelleschi, è tornato alla luce per il piacere degli amanti dell’arte e del bello che lo potranno ammirare fino al 29 febbraio nel Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

L’opera, scoperta casualmente dai restauratori dell’Opificio durante un sopralluogo nel Vescovado di Fiesole, era risultata completamente sconosciuta agli studiosi. Si tratta di una terracotta policroma dipinta a freddo, cava sul retro. Di qualità altissima, sia nel modellato che nella policromia, ha una particolarità che la rende quasi unica: anche se un po’ consunto nei carnati, il colore è risultato quello originale, caso rarissimo per opere di questo tipo che solitamente arrivano a noi posteri pesantemente ridipinte. Questa Madonna di Fiesole - una giovanissima Vergine, dal volto assorto e un po’ triste, lo sguardo perso nel vuoto, che sorregge delicatamente ma con sicurezza il Figlio che si stringe alla Madre cercando protezione - è indubbiamente un ritrovamento eccezionale.

Sono tante le domande che fa sorgere questo piccolo gioiello, alto 88 centimetri compresa la base e larga 60. Innanzitutto: chi è l’autore di questo capolavoro? Per Laura Speranza, storica dell’arte e direttore del settore Materiali Ceramici Plastici e Vitrei dell’Opificio, che ha diretto l’intervento sulla Madonna di Fiesole, si tratta proprio di Filippo Brunelleschi. Mentre alcuni studiosi attribuiscono questo tipo di Madonna alla scuola del Ghiberti. E poi: chi commissionò questa stupenda scultura e com’è arrivata all’Arcivescovado di Fiesole? Che si tratti proprio di quella Madonna in terracotta, ricordata nel 1418, nella camera da letto di Giovanni di Bicci de’ Medici, capostipite della grande famiglia di banchieri fiorentini, uno dei più importanti committenti del Brunelleschi? Ma più che le domande, che lascio agli addetti ai lavori, mi entusiasma il risultato. Dimostra che, se ci dimentichiamo delle indegne baruffe della nostra classe dirigente, c’è un’altra classe - quella dei lavoratori amanti del proprio mestiere - in grado di farci onore, di salvare ancora la nostra declinante reputazione a livello internazionale. Anche se il reperto era complessivamente in buone condizioni - tranne alcune crepe - ci sono voluti due anni di restauro. Ma ne valeva la pena. Vorremmo poter commentare sempre più notizie di questo genere.

NON TUTTI BAMBOCCIONI. I giovani italiani - ed è un’altra buona notizia che, peraltro, sospettavamo - sono pronti ad andare all’estero per trovare un lavoro. Almeno i migliori di loro. Che non devono essere nemmeno tanto pochi se solo nella banca dati di Alma Laurea, una organizzazione che assiste e indirizza gli studenti (www.almalaurea.net), si sono registrati e hanno superato i parametri richiesti in ben un milione e 127mila. Tutti disponibili ad accettare la sfida dei mercati esteri. Essendo italiani solo il 38 per cento proviene dall’area tecnico-scientifica mentre la maggior parte (il 62 per cento) viene dall’area delle scienze umane e sociali, un settore indubbiamente affascinante ma che, di questi tempi, offre meno sbocchi professionali. Nella ricerca di uno stipendio può essere un limite ma bisogna anche guardare alle cose con realismo: siamo più portati per arte, cultura, letteratura e meno per numeri e ingegneria. E allora? Sono i campi di eccellenza che, nel corso dei secoli e fino ad oggi, ci hanno resi “diversi”. Mettiamoli a frutto.