Visti da New York

L’Italia capita dall’indipendenza

di Stefano Vaccara

Alla Columbia University giovedì scorso si è reso omaggio al giornalista Luigi Barzini jr, per il centenario della sua nascita. Il convegno, intitolato "The Italians: Yesterday and Today, Luigi Barzini jr 1908/2008, Journalism Between Two Worlds" era stato organizzato con lo scopo di ricordare la vita e l'attività professionale di Barzini Jr e la sua interpretazione della società italiana passando attraverso i rapporti che il giornalista, cresciuto a New York tra le due guerre mondiali, aveva intessuto negli Stati Uniti.

Ma era anche un’occasione per paragonare, attraverso l’autore del famoso libro "The Italians", l’Italia del passato e del presente.

Organizzato dall’Italian Academy della Columbia, la Fondazione Corriere della Sera, il Consolato Italiano e l’Istituto italiano di Cultura, a raccontare Barzini sono stati chiamati il corrispondente del Corriere della Sera Massimo Gaggi (che ha moderato il dibattito), il giornalista sempre del Corriere Beppe Severgnini - titolare anche del popolare forum on line "Italians" dedicato agli italiani che vivono all’estero-, lo scrittore-giornalista Gay Talese, il manager di Doubleday Publishing Gerry Howard, il columnist del New York Times Roger Cohen e il Dean del Calandra Italian American Institute della CUNY Anthony Tamburri. A sorpresa (non erano annunciati nel programma), gli organizzatori sono riusciti a riunire anche tre figli del grande giornalista: Ludina, Francesca e Andrea Barzini.

Presente quindi, con il direttore dell’Istituto di cultura Renato Miracco, anche l’artefice dell’evento, il console Francesco Maria Talò, che nel suo intervento introduttivo, ha ricordato come l’idea gli venne un anno fa, a Roma, quando era in partenza per il nuovo incarico a New York e ne parlò con Severgnini. Una iniziativa, ha spiegato Talò, "con un obiettivo: cercare di capire meglio chi siamo. Perché per capire meglio gli altri, i nostri vicini, bisogna capire prima se stessi, la nostra identità… Barzini ha dedicato la sua vita a questo, a capire meglio gli italiani, anche per rafforzare il rapporto culturale euro-atlantico".

Generoso lo scopo del console Talò perché avrà avuto bisogno anche di un po’ di coraggio: infatti nel suo ruolo di rappresentante dell’Italia a New York, concentrare un convegno sulla figura di Barzini jr, fa correre certamente non pochi rischi per l’immagine del Paese. Sono stati proprio i tre figli a non risparmiare certe accuse di ingratitudine nei confronti dell’Italia che non ricorda o non sa nemmeno chi fosse quel giornalista-scrittore, che invece in America, a un quarto di secolo dalla morte, resta uno degli autori italiani più conosciuti soprattutto per il best seller "The Italians". Lo stesso giorno della conferenza, sul Corriere della Sera Severgnini ha scritto un fondo proprio su questa "dimenticanza".

Ludina Barzini ha espresso così il suo risentimento per la "memoria corta dell'Italia".
"Non sono fiera del mio paese - ha detto la figlia maggiore di Barzini- perché non sa ricordare chi ha dato il suo contributo alla nazione. L'Italia dovrebbe ricordarsi più spesso dei suoi talenti". Ludina ha anche dichiarato che sta scrivendo una biografia del padre in italiano proprio per farlo conoscere agli italiani.
Massimo Gaggi, moderatore della serata, ha parlato del Barzini giornalista in America ricordando come, certi temi da lui affrontati negli anni Trenta, risultassero così attuali anche oggi, come quella intervista ad Henry Ford in cui il fondatore della casa automobilistica dibatteva già della necessità di diversificare quell’industria – siamo durante la grande depressione scoppiata dopo il crollo del ’29 – puntando a costruire automobili che consumassero meno.

Non si è parlato molto di giornalismo – Barzini si laureò alla fine degli anni venti proprio alla School of Journalism della Columbia – perché è stato soprattutto il Barzini scrittore che ha tenuto banco durante il dibattito. Tutti hanno ricordato la straordinaria dote di Barzini Jr. di raccontare gli italiani ma anche gli americani. "Barzini senza jr, perché per me è stato più importante del padre Luigi Barzini - già famoso inviato del Corriere ndr" ha detto Severgnini. E per Tamburri il libro "The Italians" resta la miglior opera in inglese sugli italiani per il lettore non esperto, mentre per Howard, Barzini ha dimostrato con altri suoi libri "non solo di aver capito meglio di tutti gli italiani, ma anche gli americani".

In mezzo al dibattito, è stato mostrato un video realizzato da Barzini negli anni Sessanta per la Cbs. Un film ricavato dal suo bestseller "The Italians", uscito qualche anno prima. Un filmato eccezionale che, con voce narrante di Barzini, parla degli italiani con straordinaria ironia, con toni di critica ma che alla fine si risolve anche in una grande considerazione sia per il carattere del popolo che per la nazione.
"Noi italiani – dice Barzini nel documentario - crediamo che la vita è uno spettacolo e viviamo in un perenne stato di messa in scena delle nostre emozioni…. Abbiamo almeno 9 modi di dire no gesticolando. Ma sappiamo anche insegnare l'arte di vivere perché abbiamo imparato come sopravvivere".

Nel documentario, così come nel libro, Barzini mette in vetrina gli italiani, risaltandone punti di forza, come "gli italiani hanno imparato a vincere nell’economia, con i loro prodotti hanno saputo conquistare il mondo…", eppure sottolineando certi aspetti della società italiana che fanno, devono far riflettere anche oggi: "Se 35% sono comunisti e il 95% sono cattolici, i numeri non tornano… La ragione è perché non si sa mai, qualcuno avesse bisogno di aiuto per trovare lavoro… La Chiesa resta la più influente, senza il Vaticano a Roma, come sarebbe la personalità degli italiani?".
Ma quello che sembrano solo difetti, in Barzini vengono anche intepretati come vantaggi: "La realtà è troppo difficile e quindi l’italiano continua a scendere a compromessi con la verità… abbiamo sempre insegnato la vita ai nostri conquistatori… questo nostro continuo illudersi con l’inganno si può chiamare con una parola: genialità".

Quando la parola è tornata al panel, è stato Gay Talese – che ha ricordato come anche Frank Sinatra leggeva Barzini per capire gli italiani- a porre una domanda ai figli di Barzini e dando quindi il là alle risposte in stile "barziniano": "Secondo voi gli italiani descritti da vostro padre sono cambiati? Rispetto a mezzo secolo fa, l’Italia è diversa?"
"Le principali caratteristiche degli italiani sono ancora tutte lì" ha risposto per prima Francesca. “Se per esempio non hai legami con la Chiesa o un partito politico, è ancora difficilissimo trovare un lavoro. L’individualità, le sue qualità, non sono apprezzate. Mio padre criticava gli italiani, ma perché amava immensamente il suo Paese e voleva che cambiasse in certi aspetti. Ma non fu capito dall’Italia e ne soffrì molto".

Andrea Barzini è stato anche più chiaro: "Molti aspetti sono ancora lì, positivi e negativi. Mio padre era un ‘outsider’, uno spirito indipendente, ed è stato questo a dargli la possibilità di capire così a fondo gli italiani da lui descritti. Era un outsider anche in America, e questa condizione appunto ti da l’abilità di osservare meglio quello che altri, troppo coinvolti nel sistema, non vedono".
"Mio padre aveva capito il Dna degli italiani" ha detto Ludina "e quello non è certo cambiato. Adesso c’è il divorzio e le donne italiane hanno conquistato molto, ma gli uomini non sono cambiati. Mio padre ha scritto di un’Italia corrotta, e purtroppo quella è ancora lì. Leggendolo, si può proprio vedere quanto l’Italia sia rimasta se stessa oggi".

Severgnini - "non conobbi Barzini ma me lo feci raccontare dal mio maestro Montanelli"- ha chiesto a Roger Cohen se Barzini fosse stato un italiano globale: "Sicuro, lo è stato. Lessi quel libro da ragazzo, e poi lo rilessi quando diventai corrispondente dall’Italia. Quel suo libro è veramente un’opera d’arte. Barzini è anche riuscito a tenere unita un’Italia così diversa, da Treviso a Palermo, connettendo i suoi abitanti con la loro teatralità". Cohen ha scherzato su certe espressioni italiane che ovviamente spiegano tantissimo della società, per esempio la parola "sistemato". "Quando lo sei, cioè quando hai trovato un lavoro, anche che non ti piace, ecco che sei sistemato, diventa la tua ancora. Da quel momento puoi cominciare la tua vita e occuparti di altro… E poi il rapporto con la verità, gli italiani la cambiano spesso, perché quella che trovano alternativa magari non sarà vera ma è migliore, più bella e profonda…"

Abbiamo detto che non si è parlato molto di giornalismo durante la serata ma Cohen, come aveva fatto Andrea Barzini, ha provato ad accennare alla questione anche se durante il dibattito non è stata raccolta: "Agli italiani che svolgono questa professione manca lo spirito di indipendenza. Ecco perché Barzini era un ‘outsider’".
Alla fine del dibattito abbiamo avvicinato prima Andrea e Francesca: cosa intendavate per "outsider"? Perché vostro padre non ebbe il successo in Italia che ebbe in America? "Perché oltre ad avere un carattere difficile, era soprattuto indipendente nostro padre. Infatti lui non lavorò bene in Italia, anche se amava viverci" hanno detto i figli. E al columnist del New York Times Cohen abbiamo chiesto: ha parlato di mancanza di indipendenza nel giornalismo italiano. Il problema non è solo Berlusconi? "Il problema è anche quello, ma non solo. Ci vuole coraggio sì, ma penso che sia anche un problema culturale…".

Peccato che il "confronto sul giornalismo", che la conferenza su Barzini avrebbe potuto discutere di più in una sede appropriata come la Columbia University, non sia avvenuto. Ma forse non c’era tempo, e tutti gli interventi negli altri aspetti sono stati interessanti. Anche quando il Prof. Tamburri ha ricordato come in Barzini coesistano tutti gli aspetti migliori dell’immigrato italiano in America, che non perde mai coscienza del suo stato e di quello degli altri come lui. "Barzini è riuscito con sensibilità a descrivere tutte le classi dell’immigrazione. Per lui erano tutti italiani. Per me resta uno dei migliori scrittori che hanno saputo descrivere l’immigrazione italiana in America".
L'omaggio a Barzini, grazie alla Fondazione Rizzoli Corriere della Sera, è stato corredato anche da una mostra fotografica sulle tappe più salienti della vita dello scrittore e giornalista. 16 tavole raccontano il carteggio tra Barzini e il Corriere. "Luigi Barzini Jr, i viaggi, i libri, l'America e il mondo", questo il titolo dell'esposizione, presentata con una serie di pannelli che riportano il carteggio intrattenuto da Barzini Jr con la direzione del Corriere negli anni 1931-1978, dai primi rapporti con il quotidiano fino agli esordi come scrittore.

Gli archivi della Fondazione Corriere della Sera nella sezione carteggio conservano un fascicolo con circa 400 lettere di quegli anni, una corrispondenza particolarmente fitta negli anni '30 quando Barzini, sulle orme del padre, svolse prevalentemente attività di corrispondente per il Corriere.