SPECIALE/LETTERATURA/ Tre magnifici tra dialetto e inglese

di Donatella Mulvoni

Era davvero emozionata Milena Agus, non si aspettava che il suo libro Mal di pietre, venisse scelto, tra dieci proposte, da una giuria di 100 letterati americani, per il premio Zerilli-Marimò-Città di Roma. "Non ho un discorso preparato, non ho nulla. Quando ricevo un premio, io, che sono solo una insegnante con la passione per la scrittura, penso sempre che tutto sia un po' esagerato". Lo scorso martedì, alla Casa Zerilli Marimò della New York University, la cerimonia di premiazione e l'incontro con i tre scrittori finalisti. Insieme a Milena Agus, anche Mario Calabresi con il suo Spingendo la notte più in là e Andrej Longo, che ha portato a casa un terzo posto con il libro Dieci.

Coordinati dal direttore della Casa Zerilli Marimò, Stefano Albertini e presentati da Maria Ida Gaeta della Casa delle Letterature di Roma - era presente in sala anche la Baronessa Mariuccia Zerilli Marimò - ogni scrittore era accompagnato da un giurato per l'analisi e il commento delle opere. Milena Agus ha incassato un assegno di 3000 dollari e soprattutto un finanziamento per tradurre in inglese Mal di pietre, insieme alla garanzia di pubblicazione negli Stati Uniti. Le pagine del libro vincitore raccontano, per bocca della nipote, di una nonna, della sua vita, della ricerca cieca dell'amore e delle tradizioni della sua terra, la Sardegna. 120 pagine che iniziano così: "Si erano sposati tardi, nel giugno 1943, dopo i bombardamenti degli americani su Cagliari e a quei tempi avere trent'anni senza ancora sistemazione era come essere già un po' zitella". Le ha lette tutte d'un fiato Milena Agus le prime righe del libro, senza interpretazione o intonazione, con tenerezza. Il primo momento ironico della serata è arrivato quando i presenti in sala, nell'udire le frasi in sardo, incomprensibili, hanno instintivamente voltato occhi e attenzione allo schermo dove scorreva la traduzione in inglese delle letture, per capirne il significato. Irrimediabilmente, la versione in inglese toglierà qualcosa alla trama, sicuramente lo strappo simbolico tra dialetto e italiano. Ma l'occasione di finire sugli scaffali delle librerie americane è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Ogni autore ha letto alcune parti del proprio libro, fra una domanda e l'altra del giurato assegnato.

Spingendo la notte più in là, il secondo libro finalista, è la ricostruzione degli anni del terrore, degli anni di piombo, attraverso il punto di vista dei familiari delle vittime. Mario Calabresi non parla dei processi che hanno calcato le scene, anche troppo, dagli anni 70 in poi, non parla di politica. Descrive la sua famiglia, l'uccisione, con alcuni colpi di pistola, di suo padre, il commissario Luigi Calabresi, e racconta le storie di tante altre vittime del terrorismo, dimenticate. Va dritto al cuore, senza fronzoli, senza cercare di commuovere o strappare lacrime. "Non era una giornata normale, quando venne ucciso, nel senso che non era inaspettata. Da molto tempo nessun giorno era più normale. [...] Oggi scrivo, ma sono anni, praticamente da sempre, che archivio ricordi, discorsi e confidenze". Ha scelto l'incipit l'attuale corrispondente del quotidiano "La Repubblica" per la sua lettura. Sugli anni di piombo in tanti hanno scritto, quasi sempre ex terroristi per raccontare la loro versione dei fatti. Questa opera è un diverso punto di vista degli stessi episodi. Qualcosa ha smosso: "Mi sono deciso a scrivere questo libro quando ho letto che a un ex terrorista, anarchico, un gruppo di studenti aveva chiesto l'autografo, non ci potevo credere- racconta Calabresi- era ora di risvegliare la memoria italiana. Un mio successo personale è stato quello che il Viminale stilasse una lista delle famiglie che hanno avuto lutti di matrice terrorista. Pare impossibile, prima di allora nessuno ci aveva pensato". Da sottolineare anche l'intervento di Michael Moore, traduttore del libro di Calabresi che verrà dovrebbe uscire in Usa in autunno, che nella sua presentazione alla Nyu ha puntato il dito contro quell'Italia che prima di questo libro aveva trascurato completamente le storie delle vittime del terrorismo e le sofferenze dei loro familiari. Insomma un libro fondamentale per riconcialiare correttamente gli italiani con la loro storia.

Anche Dieci, il libro di Longo, è drammatico, in maniera ironica, secondo lo stile partenopeo. Sono dieci storie, tutte ambientate a Napoli, di persone reali. "Ho voluto utilizzare il dialetto e non solo l'italiano, perchè a Napoli i ragazzi si esprimono così. Li ho fatto parlare, hanno descritto i loro problemi, conosciuti da tutti e mai risolti". Al pubblico della Casa Zerilli Marimò, Longo ha voluto consegnare alcuni versi della prima storia: "Io, considerati i tempi, mi sento un tipo responsabile, e la fine di mio padre che sta a Poggioreale tre mesi sì e uno no, ho deciso che non la voglio fare. Studio, il pomeriggio lavoro dentro un bar e cerco di non prendermi questioni con nessuno, soprattutto con quelli che lavorano per Giggino Mezzanotte, che comanda tutti i vicoli qua intorno...".

Trame diverse quelle dei tre libri finalisti, con in comune il legame alla memoria, alla realtà. Si apprestano a sbarcare nel mercato americano, dopo i successi italiani. Cercheranno di incrementare il valore della letterattura italiana all'estero. Una bella scommessa, visto il valore delle tre opere e la bravura dei loro padri.