SPECIALE/ECONOMIA/ Usa-Italia: le scosse della crisi

di Gina Di Meo

Quale scenario si prospetta tra Stati Uniti e Unione Europea alla luce dall'attuale crisi economica? Quali sono i rischi a cui possono andare incontro i paesi da una sponda e l'altra dell'Atlantico? Se ne è parlato alla Conferenza Biennale del Consiglio per le relazioni tra gli Stati Uniti e l'Italia, che quest'anno ha festeggiato i 25 anni. Si tratta di un'organizzazione non profit fondata a Venezia nel 1983 con lo scopo di favorire le relazioni tra Italia e Stati Uniti. Attualmente la parte italiana è presieduta da Marco Tronchetti Provera, presidente Pirelli, mentre quella americana da David W. Heleniak, vice presidente di Morgan Stanley. Non ci è possibile riportare integralmente della conferenza perché la maggior parte dei partecipanti sono intervenuti attenendosi alle secondo le regole della Chatham House, in base alle quali gli oratori non possono essere identificati per garantir loro totale libertà di parola. Alcuni di questi hanno tuttavia accettato di essere on the record.

Tra gli italiani, Mario Monti, presidente della Bocconi ed ex commissario europeo responsabile per la concorrenza. Monti non ha escluso che tra i rischi legati alla crisi economica non c'è solo quello dell'aumento del protezionismo ma anche l'ipotesi di regole antitrust più severe negli Stati Uniti rispetto a quelle dell'Unione Europea, ossia il contrario rispetto ad oggi. «È possibile - ha ipotizzato - che la politica antitrust degli Stati Uniti si avvicini ora a quella europea, mentre in Europa c'è chi tenterà di farla diventare più morbida, come quella dell'Amministrazione Bush». E a proposito della crisi: «Quanto successo negli Usa ha avuto un impatto gigantesco nel resto del mondo e non so se i nostri amici americani se ne siano resi davvero conto. Per tali ragioni c'è chi si chiede in Europa perché rispettare le regole di mercato se gli Stati Uniti non lo fanno? A soffrirne potrebbe essere il grande mercato unico, con una integrazione ora accettata meno volentieri». Entrando nello specifico, Monti ha salutato il comportamento, nella crisi, del presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha agito per ottenere ‘'un maggior coordinamento in Europa'', mentre si è detto preoccupato dal cancelliere tedesco Angela Merkel, visti tra l'altro i limiti che intende porre ai contributi della Germania al bilancio comunitario.

A fine dibattito Monti ha anche accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

Presidente, siamo davvero di fronte ad un'impennata del protezionismo?

«Negli ultimi tempi non solo il Doha Round sta facendo fatica ad andare avanti ma vari paesi nel mondo hanno preso singoli provvedimenti protezionistici e io credo che a lungo andare per ridurre questo rischio sia necessario rendere la globalizzazione più accettabile anche dal punto di vista delle conseguenze sulla distribuzione del reddito e mi preoccupa anche quello che ho chiamato il protezionismo domestico, cioè il fatto che come risposta alla crisi, sia negli Stati Uniti, sia in Europa, sia altrove, si tende a venire in soccorso di servizi finanziari, l'industria dell'auto e di altri settori in difficoltà. Questo è comprensibile, ma è una forma di protezione dell'esistente che tende a scoraggiare la nascita del nuovo. La crescita economica avviene sempre attraverso quello che Joseph Schumpeter chiamava "la distruzione creatrice" e questa protezione domestica all'interno dei singoli paesi di ciò che esiste è qualcosa che rischia di spegnere il dinamismo dell'economia e questo pone anche problemi interessanti e delicati alla politica della concorrenza, dell'antitrust».

È necessario quindi aprirsi comunque al mercato anche sacrificandosi?

«Credo che sia consigliabile reagire alla crisi con politiche molto aggressive dal lato della domanda, accettando temporaneamente disavanzi pubblici maggiori. Diciamo che è normale che in una situazione così lo stato trasferisca denaro all'economia, ma è meglio farlo con disavanzi pubblici che stimolano la domanda, anziché con sussidi, aiuti che congelano la struttura dell'offerta stessa».

Fred Bergsten, direttore del Peterson Institute for International Economics, ha sottolineato che le posizioni di Obama in materia di commercio internazionale non sono al momento chiare, anche se nella sua squadra ci sono esperti poco favorevoli alla globalizzazione. Tuttavia egli è convinto che nei prossimi due anni l'approccio rimarrà prudente. Il nodo centrale sarà invece quello dei cambiamenti climatici, con le sue grosse implicazioni industriali e commerciali.

«Gli Stati Uniti tardivamente si sono svegliati su questo, avevano considerato l'Europa un po' visionaria perché si batteva per Kyoto, hanno perso tempo, ma stanno cercando di recuperare e credo che uno dei grandi temi sull'agenda del presidente Obama sarà proprio questo».

Tra gli altri partecipanti per la sezione italiana c'erano Linda Lanzillotta, deputato del Pd, che ha presieduto la discussione dedicata all'America del post-elezione, Innocenzo Cipolletta, presidente delle Fs, Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia (vedi intervista sotto). In chiusura di conferenza anche Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli, ci ha rilasciato una breve dichiarazione.

«Questa conferenza - ha commentato - è stata molto importante e ci ha permesso di avere una visione comune sui problemi che stiamo affrontando e che richiedono collaborazione tra Europa e Stati Uniti. Anche il dialogo all'interno del G20 sarà importante per ricominciare e far rimettere in moto l'economia».