Il rimpatriato

Il neo-provincialismo italiano

di Tony De Santoli

Guasta la nostra stessa vita, guasta l'atmosfera. E' una forzatura. Una forzatura su scala nazionale. E' il neo-provincialismo italiano, che nulla ha della freschezza, dell'ingenuità del vecchio provincialismo rappresentato da "I vitelloni", e da "Poveri ma belli", comunque fustigato da Mosca, Calcagno, Artieri, Longanesi, Malaparte. Anzi, il neo-provincialismo italiano è bolso, è ingombrante, è - per usare un neologismo - autocelebrativo. Esso, senza certamente volerlo, mette a nudo tutto quel che di meno edificante si svolge, si registra oggi in Italia. Mette a nudo un giornalismo in cui non si fa più la vecchia gavetta, mette a nudo superficialità, esteriorità, carenze intellettuali. Oggi si vola con facilità a New York, a Los Angeles, alle Seychelles. Eppure, siamo parecchio più provinciali di quanto lo fossimo quando, per andare in corriera da Roma a Campobasso, e dovendo l'automezzo arrampicarsi fino al Passo delle Tre Croci (presso Cassino), ci si impiegavano sette ore tonde tonde. Talvolta sette e mezzo. Oggi ne bastano tre.

Dimostrazione del neo-provincialismo italico è l'uso (chiamiamolo "uso" per comodità d'espressione...) della lingua inglese. Un primo esempio: la carta sociale non è chiamata appunto carta sociale, bensì "social card". "Carta sociale" sa di vecchiotto, sa di sussidi, quelli percepiti da vecchietti e vecchiettine di modestissime condizioni nell'Italia di cinquanta, cento anni fa. "Social card" è tutta un'altra cosa... E' uno sfolgorìo, uno scintillìo... Altro esempio: si dice "welfare", non sociale, previdenziale. Sociale e previdenziale suonano "datati"... "Welfare" è più "neat", anche più "cool", senza dubbio, ma coloro i quali hanno voluto che lo Stato italiano adottasse il termine "welfare", che cosa è "neat" e che cosa è "cool", nemmeno lo sanno. In questo, destra e sinistra "parlano" la stessa lingua. Anzi, fanno a gara. Fanno a gara ministri, sottosegretari, dirigenti di partito, portaborse. Lo squallore è incommensurabile.

Già quarant'anni fa molti nostri connazionali dicevano "week end", invece di fine-settimana. Ma oggi... Oggi non si scorge un solo argine all'impeto di politici, pseudo politici, giovani giornalisti che ci travolgono con l'"uso" della lingua inglese.

Pochi mesi fa, sulla prima pagina di un quotidiano di destra, leggemmo, nell'"attacco" (l'inizio) di un ambiziosissimo articolo che il tale (ce ne sfugge il nome) si trovava "under attack". Questa è grossa davvero. E' risibile. E' grottesca. Perché mai dire che il personaggio in questione si trovava appunto "under attack" e non "sotto pressione" o "esposto all'attacco" avversario? Perché? Ma quando poi udiamo in tv signori o signore che sottolineano la "standing ovation" in corso, beh, questo è il massimo, il massimo del ridicolo. Il massimo del provincialesimo. Tantopiù che quell'espressione inglese è pronunciata così: standinovecion... (sembra quasi accento veneto!). Un obbrobrio, insomma. Un insulto al buon gusto, al senso della misura. Un insulto a Chaucer... Pepys... Shakespeare... Milton...

Ebbene, parlando per esperienza diretta (che è la cosa migliore, specie se ci si deve rivolgere al lettore, che per noi è sacro e intelligente), sappiamo che nessuno di questi signori e di queste signore che ci inondano di termini e di espressioni inglesi, conosce la lingua inglese... Credete infatti che questi soggetti (per dirla alla toscana) conoscano il significato di "fed up" o che sappiano quanti scellini ci volevano un tempo per formare una sterlina...??

Non sanno nulla. Ma riscuotono credito. Più strillano con voci chiocce "standinovecion" e più applausi riscuotono. Tempi bui, gente! La mediocrità regna sovrana. L'illusionismo (di terz'ordine) regna sovrano.