Una giornata particolare

di Franco Pantarelli

Che l'ipocrisia stia all'Italia come la Statua della Libertà sta agli Stati Uniti, il Big Ben alla Gran Bretagna e la Torre Eiffel alla Francia non è una grande novità. Tutta colpa della mancata rivoluzione calvinista, dicono gli storici. Ma la giornata di mercoledì scorso, 10 dicembre, è stata talmente eccessiva perfino per la patria del potere ecclesiastico, degli impiccati in nome di Dio e della Sacra Rota, che forse sarebbe il caso di innalzare quella data al rango di Hypocrisy Day. Sfogliando i giornali, mercoledì scorso, spiccavano infatti i resoconti di ben tre avvenimenti che avevano indotto i loro direttori a stamparli con un certo risalto, peraltro senza un commento, forse come omaggio all'ormai dilagante "pensiero unico".

Primo avenimento, svoltosi fra Roma, Bruxelles, Berlino e Milano. Roma, cioè il governo, cioè Silvio Berlusconi, dice che se l'Unione europea pretenderà di adottare norme "sfavorevoli al nostro Paese", lui sfrutterà la regola secondo cui le decisioni europee devono essere prese all'unanimità e quindi "porrò il veto senza esitazioni". Perbacco! Quale sopruso nei confronti dell'Italia quei mascalzoni di Bruxelles stanno tramando? Nientemeno che alcune norme che rendano più funzionante il Protocollo di Kyoto, cioè la cosa che (forse) riuscirà a salvare il pianeta Terra dall'autodistruzione. L'Italia di Berlusconi, dal suo 44esimo posto (in una classifica di 57 Paesi) stilata dal German Watch, dice che no, i provvedimenti in difesa dell'ambiente non si devono adottare e si prepara alla sua battaglia di retroguardia. Ma intanto indovinate cosa fa a Milano la signora Letizia Moratti, sindaco della città e berlusconiana doc? Indice una cerimonia nel Palazzo del Comune per conferire la cittadinanza onoraria addirittura a Al Gore, che per le sue battaglie in difesa dell'ambiente ha ottenuto il Premio Nobel.

Secondo avvenimento, svoltosi interamente a Roma. Nell'aula del Parlamento 424 giovani che vivono e lavorano all'estero ascoltano le paterne parole di Giorgio Napolitano. Il presidente li elogia per la loro intraprendenza, li esorta a "comportarsi bene" nei Paesi che li ospitano per tenere alti i "grandi valori" di cui l'Italia è portatrice e li invita perfino a tornare in Italia. Quei ragazzi sono stati convocati dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, per discutere la loro condizione, ma c'è ben poco da discutere: si tratta infatti di giovani ricercatori maledettamente in gamba che per svolgere il loro lavoro con mezzi adeguati e con una paga decente sono stati costretti ad andarsene perché in Italia la ricerca praticamente non si fa e le possibilità che si faccia un giorno sono vicine allo zero. Conclusione: o l'Italia decide di mettersi all'altezza degli altri o lasci in pace, almeno, quelli che all'altezza degli altri ci si sono messi da soli.

Terzo avvenimento, anch'esso svoltosi interamente a Roma. Ricordate Stefano Ricucci, il famoso "furbetto"? Il suo processo si è concluso e lui è stato riconosciuto colpevole di corruzione, agiotaggio, falso e appropriazione indebita. Uscirà di prigione con i capelli bianchi, direte voi. Vi sbagliate. In prigione Ricucci non ci starà neanche un giorno. Grazie al "patteggiamento", infatti, la pena fissata è stata di tre anni, giusti giusti per rientrare nell'indulto. E tutto il gran parlare contro la delinquenza, l'illegalità, il fare dell'Italia "un Paese moderno in cui le regole vanno rispettate e in cui chi sbaglia deve pagare"? Boh! E' roba per gli immigrati.

Certo, l'ipocrisia non è monopolio italiano. Pensate per esempio al pubblico elogio che fece George Bush, dopo Katrina, a quel Brown che - esperto di cavalli da corsa arabi - non aveva letteralmente saputo cosa fare per soccorrere le vittime. Bush tutavia l'ha pagata e si avvia a passare alla storia come il peggior presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Quel titolo, stando agli storici, è ancora incerto perché potrebbe ancora prevalere Ulysses Grant, noto per essere più ubriaco il mattino che la sera. Ma forse, tenendo conto del modo in cui Bush "assegnava" i posti di responsabilità, il titolo più giusto per lui sarebbe quello di "presidente più italiano della storia americana".