A modo mio

Cerco l'uomo

di Luigi Troiani

Molte le commemorazioni, questa settimana, della "Dichiarazione universale dei Diritti Umani", rilasciata dalle Nazioni Unite nel dicembre di sessant'anni fa. Nella Repubblica di San Marino, dove ha sede il Segretariato di Lilliput Club che dirigo, abbiamo tenuto una manifestazione solenne, presenti autorità di governo e parlamentari, con premiazione degli studenti, testimonianze da Birmania, Bosnia Erzegovina, Congo, Palestina, il messaggio del Segretario generale Ban Ki-moon.

Si parla di quattro "generazioni" di diritti umani. Nella prima generazione, appaiono i diritti civili e politici conquistati con l'Illuminismo e le rivoluzioni borghesi nei secoli XVII e XVIII. In quel contesto, diritti umani significarono difesa delle libertà individuali civili ed economiche, contro lo strapotere degli stati e delle aristocrazie civili e religiose: eguaglianza davanti alla legge, sicurezza personale, protezione contro gli arbitri, tutela della proprietà privata, libertà di coscienza espressione e opinione. La Dichiarazione del 1948 elenca questi "diritti libertà" in ben venti articoli.

La seconda generazione include i diritti economici, sociali e culturali. Il progresso fa chiedere agli stati garanzie e diritti su lavoro, istruzione e cultura, sanità, benessere materiale. Nella Dichiarazione questi diritti trovano copertura negli articoli da 22 a 27. In Europa, non ancora negli Stati Uniti, prima e seconda generazione dei diritti umani sono considerate inscindibili.

Con la terza generazione, i diritti umani superano la barriera dei diritti civili, politici, e sociali, entrando nelle acquisizioni conferite alla società universale dalle conquiste culturali e morali della seconda metà del Novecento. Entrano in campo i cosiddetti diritti di solidarietà, come il diritto all'autodeterminazione dei popoli, alla pace e allo sviluppo, la tutela di ambiente, infanzia, donne. Nella Dichiarazione Onu, il riferimento è negli articoli da 28 a 30. Stanno ora emergendo i diritti di quarta generazione, relativi al campo delle mutilazioni genetiche e della bioetica, delle nuove tecnologie della comunicazione, della protezione di animali e biodiversità.

Si comprende, dalla breve elencazione, che i diritti umani diventano stabili, riconosciuti e tutelabili, soltanto quando ottengano il consenso generale e permanente delle opinioni pubbliche e degli stati che le rappresentano. Questo certamente non accade in Iran dove nei primi nove mesi del 2008 ci sono state 228 esecuzioni di cui sette su minori: ed è un miglioramento rispetto alle 355 esecuzioni del 2007! Né in Afghanistan dove a 43 anni e 6 figli, una gran donna che difendeva i diritti delle donne, Malalai Kakar, poliziotto simbolo, è stata assassinata a settembre. Non in Russia dove la giornalista Anna Politkovskaya è stata uccisa per occuparsi di offese ai diritti umani in Cecenia. Né in Birmania dove Aung San Suu Kyi, eletta nel 1990 per governare nel nome dei diritti umani, resta rinchiusa ai domiciliari a Rangoon, mentre la giunta militare tiene schiava e in miseria la popolazione, e sottrae al paese le sue ricchezze.

Diogene di Sinope, detto il Cinico, circa milleseicento anni fa divenne famoso per camminare a piedi scalzi in pieno giorno nel centro di Atene con una lanterna in mano, dicendo "Cerco un uomo". In genere può dirsi che, nei sessant'anni che ci separano dalla Carta del 1948, il principio di sovranità assoluta dei governi sui cittadini sia stato piegato a un accresciuto rispetto dei diritti umani. E però restiamo impegnati, in pieno giorno e con la lanterna in mano, a "cercare l'uomo" per proteggerne i suoi diritti minimi. Purtroppo, non disponiamo ancora della protezione di un potere universale in grado di agire e comminare sanzioni a chi violi la dignità dell'uomo.