Il rimpatriato

La “notizia” su Gramsci

di Franco Pantarelli

La notizia, se così vogliamo chiamarla, non è nuovissima, risale a qualche giorno fa. Ma in fondo, trattandosi di una storia vecchia di alcuni decenni, esattamente trentuno (quando fu accertato che era falsa correva l'anno 1977), non ci si può lamentare troppo del ritardo. La notizia, dunque, è che Antonio Gramsci, fondatore del Partito comunista italiano che il tribunale speciale fascista sbattè in galera con quella specie di pietra miliare del diritto pronunciata dallo stesso giudice, "bisogna impedire a questo cervello di lavorare", poco prima di morire in carcere nel 1937 si convertì al cattolicesimo, volle essere comunicato e come ultimo gesto prima di andarsene baciò l'immaginetta di Gesù Cristo. Ed è stato proprio durante una cerimonia in cui le immaginette sono state le regine, vale a dire la presentazione del primo catalogo internazionale che è stato loro dedicato, un librone che contiene tutte quelle che sono state prodotte nel mondo e nel tempo, che la faccenda è stata raccontata.

A incaricarsene è stato un monsignore che in quella cerimonia fungeva da maestro, il cui nome è Luigi De Magistris (nessuna relazione con il De Magistris magistrato che con le inchieste che le sono state sottratte sta dando luogo a uno dei tanti sconquassi italiani), e la cui carica in Vaticano è tanto altisonante quanto poco perscrutabile: Pro-Penitenziere Maggiore Emerito. Le sue parole sono state piene di garbo e di carità cristiana (un esempio? "Il Signore non si rassegna a perderci"), ma il problema è che tutte le testimonianze e tutti i documenti certosinamente raccolti dagli storici non contengono nessuna traccia che ciò che lui ha raccontato sia mai accaduto. Esistono invece molte testimonianze che attestano il contrario. Per esempio le lettere che Tania, la cognata di Gramsci che rimase con lui fino all'ultimo, scrisse alla famiglia e all'amico Piero Sraffa raccontando per filo e per segno i suoi ultimi momenti. Si trattava di lettere private, non di "comunicati stampa", il che fa supporre che Tania una cosa del genere l'avrebbe raccontata. E invece niente. La sola volta in cui Tania scrisse qualcosa che riguardava in qualche modo la religione fu quattro anni prima della morte di Gramsci. Lui si era ammalato tanto seriamente da temere che le privazioni della prigione fascista potessero avere il sopravvento sul suo fisico già minato e pregò ripetutamente Tania di "vigilare" sulla possibilità che gli si mettessero in mano delle imaginette sacre o che lo si comunicasse approfittando del suo stato di semi incoscienza.

E' possibile che quattro anni dopo, di fronte al nuovo peggioramento del suo stato di salute che poi si sarebbe rivelato letale, abbia cambiato idea? Tutto è possibile. Ma ancora una volta ci sono i documenti e le testimonianze. Per esempio quelle delle tre suore addette al capezzale di Gramsci: suor Linda, suor Maria Ausilia e suor Palmira (già, si chiamava come Togliatti). Le tre religiose erano andate a finire i loro giorni in Svizzera. Lo storico Arnaldo Nesti, docente all'Univesità di Firenze le rintracciò nel 1967, chiese loro degli ultimi momenti di vita di Gramsci e nessuna di loro accreditò la faccenda della conversione. Tanto che nel 1977, quando la storiella uscì fuori per la prima volta, a toglierle ogni credibilità furono proprio quelle testimonianze raccolte dieci anni prima. Fra i giornali, a dare risalto a quella smentita fu in prima linea "Paese Sera", il cui editore eufemizzava la sua simpatia per i comunisti dicendo che il PCI era "il partito che ci è più caro", seguito dal "Corriere della Sera", piccato dal fatto che inizialmente aveva dato credito con troppa legerezza alla storia della conversione. Stavolta invece "il Corriere" si è inizialmente "tuffato" sulla notizia di pochi giorni fa, ma quando è diventato chiaro che si trattava di una balla ha semplicemente fatto finta di nulla. Un altro requiem al malridotto giornalismo italiano.