EVENTI/LETTERATURA/ Eccitante poesia firmata Valesio

di Samira Leglib

SE  per Dante Amore che muove il sole e le altre stelle era in realtà una metafora per la Poesia, unica vera Musa che trainava gli animi e tutto rendeva possible, ci si chiede, oggi, esiste chi ancora vive del sublime poetare? O meglio, dove sono andati a finire i moderni Angiolieri, Boccaccio, Petrarca o gli affascinanti "poeti maledetti" -se nel ventunesimo secolo il termine ancora si presta- i Rimbaud, i Verlaine, i Baudelaire della cyberage e della globalizzazione? Dove possiamo leggere i loro moti d'animo?

Essi ancora vivono. E ancor più fertili scrivono. Uno di loro, Paolo Valesio, Cattedra "Giuseppe Ungaretti" di Letteratura Italiana alla Columbia University, un poeta, si è posto il nobile compito di dar loro carta e voce. Scende così dalle pendici del monte Parnaso Italian Poetry Review (IPR), rivista plurilingue di creatività e di critica che si iscrive in un più vasto programma culturale localizzato alla Columbia University presso il Dipartimento di Italiano e la Italian Academy. IPR esce in stampa una volta all'anno, edita a Firenze dalla Società Editrice Fiorentina, accoglie testi principalmente in Italiano e in Inglese -con un'interessante solidarietà romanza verso il Francese e lo Spagnolo- ed è la prima rivista stampata in Italia ma interamente concepita negli Stati Uniti.

La rivista ha ricevuto il suo battesimo ufficiale, lo scorso 3 Dicembre, presso l'Italian Academy della Columbia University in un simposio che ha visto un alternarsi di interventi critici e letture poetiche. Il pubblico che aveva letteralmente gremito la sala che con il suo grande camino a muro e i libri costeggianti le pareti ricordava una scena dal film "Carpe Diem" (quale immagine più appropriata), ha avuto fra gli altri il piacere di ascoltare, dalla stessa voce dell'autore, le poesie di Davide Rondoni, poeta e Direttore del Centro di Poesia Contemporanea di Bologna, nato a Forlì e attualmente residente a Bologna.

«Viviamo in un'epoca tetra e sentimentaloide», esordisce Rondoni, «dove il dolciastro del sentimento si mischia al cinismo». Poi legge alcune delle sue poesie dedicate all'amore, alle donne "queste pazze", ai suoi figli che già dormono quando il papà rientra dai frequenti viaggi di lavoro e allora come farsi perdonare? Tanti palloncini colorati gonfiati nel silenzio della notte dove ogni soffio d'aria è vita donata alla vita che là, nella cameretta accanto, innocente sogna.

Al suo, si sono accostati gli interventi del premio Pulitzer Richard Howard (Columbia U.), del poeta Mark Strand (Columbia U.), Susan Stewart (Princeton U.), Peter Caravetta (SUNY at Stony Brook), Fabio Finotti (Pennsylvania U.), Luigi Fontanella (SUNY at Stony Brook), Alessandro Polcri (Fordham U.) e altri ancora per due intense ore dedicate alla poesia.

Al termine del simposio ci siamo ritagliati un angolino dove poter conversare a tu per tu con il padre, morale e carnale se così possiamo dire, di Italian Poetry Review e abbiamo posto a Paolo Valesio alcune domande.

Partiamo dalla genesi. Come nasce e cosa si propone IPR?

«IPR continua l'esperienza iniziata da Yale Italian Poetry (1997-2005) e può in questo senso considerarsi una rinascita in quanto la natura resta la stessa, quella di un dialogo/ponte tra poesia Italiana e Americana con la consapevolezza, non solo diplomatica, che abbiamo di fronte due culture diverse e due linguaggi, nel senso esteso del termine, differenti. Proprio per questo il dialogo è ancora più eccitante».

A chi si rivolge principalmente la Rivista?

«Sia a lettori accademici che non specialisti del settore. Vi sono vari tipi di presenze. La Rivista si definisce plurilinguistica non per indicare la semplice presenza di un testo a fronte ma proprio perché offre spazio a contributi e in Inglese e in Italiano. In America abbiamo la fortuna di avere tanti laboratori dedicati alla poesia, alla sua creazione e alla sua critica. In Italia, invece, vi è un profondo studio di questa arte. IPR non è una soluzione a queste divergenze, ma si propone di affrontare i problemi e i limiti che la poesia incontra in queste due culture».

Infatti Luigi Fontanella nel suo intervento la paragona a un'ideale palestra dove ci si può confrontare giorno dopo giorno. Chi lavora di fatto in questa officina creativa?

«Alessandro Polcri è fondamentalmente la seconda direzione di questa Rivista. Insieme a lui, collaborano attivamente alcuni dottorandi quali Patrizio Ceccagnoli e Steve Baker mentre dall'Italia ci arriva l'aiuto di un dottorando di ricerca napoletano ma si può dire che IPR viene confezionata mentalmente a Columbia».

Ora una domanda più intima. Cosa muove Paolo Valesio, in quanto persona e poeta, verso un impegno come questo? Qual è il bisogno scatenante, l'urgenza profonda?

«Bella domanda! E per ‘bella domanda' si intendono quelle a cui è difficile rispondere. Credo che fare poesia è più importante che fare poesia. Mi spiego. Ogni poeta soffre essenzialmente di un accentuato narcisismo perché egli di fatto è un drammaturgo. Anche chi scrive poesia come me a un certo punto sente il bisogno di mettersi ‘al servizio'. In Italia troppi scrivono poesie e troppo pochi le leggono. Ho sentito il bisogno di fare qualcosa che incoraggi la poesia degli altri, noi non veniamo pubblicati su IPR e di fatto assumendomi questo impegno la mia poesia personale ne risente. Il poeta è per natura un solitario ma io voglio uscire dalla mia cameretta. Voglio poter scegliere per ogni ‘sì' tre ‘no'. In questo lavoro critico possiamo certamente sbagliarci, facciamo scommesse, ma è soprattutto un lavoro etico fatto con umiltà e molta cortesia. Bisogna uscire dalla solitudine che è del poeta».