Il rimpatriato

L’Alitalia dei gagliardi

di Franco Pantarelli

Domani, Primo dicembre, doveva essere il gran giorno, il trionfo del "salvataggio della compagnia di bandiera", l'apoteosi dell'italianità così valorosamente difesa dal capo del governo e così vigorosamente perseguita da un gruppo di gagliardi imprenditori senza macchia e senza paura, e invece non accadrà nulla. La scadenza è saltata e nessuno sa per quanto ancora l'Alitalia continuerà a trascinare la sua grama esistenza sempre più carica di debiti e la Cai (Compagnia aerea italiana, cioè la creatura dei gagliardi) continuerà a significare niente più che l'imitazione del verso del cane quando lo bastonano. E questo proprio quando la preparazione della cerimonia era andata molto avanti e le discussioni su che tipo di cerimonia sarebbe stata erano già arrivate alle scommesse. Avrebbero vinto quelli che temevano che Umberto Bossi avrebbe salutato la grande svolta col suo solito "dito padano", o quelli sicuri che il leader dei lombardi cafoni stavolta se ne sarebbe stato buono per ragioni di Malpensa maggiore? Il denaro sarebbe stato incassato da quelli convinti che Silvio Berlusconi sarebbe spuntato dal fondo della sala per fare "cu cu" agli alti prelati, le bonazze con la carriera di velina tarpata da sopraggiunta nomina ministeriale, i sindacalisti con ancora nel palato gli ottimi sapori della più recente cena "esclusiva" a casa del Cavaliere, i boss della McDonald fieri di aver conquistato la gestione dei Beni Culturali grazie alla formula magica "di arte non ne capisco nulla", i convertiti vari provenienti dall'ormai affollatissima Via di Damasco, o quelli (per lo più amici di Giulio Tremonti) assolutamente sicuri che di fronte alla solennità dell'occasione ci sarebbe stato solo un "Alitalia is dead, God save Cai", cantato con britannica compostezza?

Non lo si saprà mai, come del resto non si sa perché, esattamente, l'appuntamento del Primo dicembre strombazzato per mesi e mesi non è stato rispettato. Non lo si sa dai diretti interessati, comunque. I leader dei gagliardi Roberto Colaninno e Rocco Sabelli, rispettivamente presidente e amministratore delegato della Cai, per non rispondere alla domanda si sono resi irreperibili e a dare l'annuncio che non ci sarebbe stata nessuna cerimonia ha dovuto provvedere Vito Riggio, il presidente dell'Enac, l'Ente nazionale dell'aviazione civile, cioè colui che, istituzionalmente parlando, doveva consacrare la scomparsa dell'Alitalia e il subentro della Cai conferendo a Colaninno e Sabelli la licenza ufficiale di trasporto pubblico e il certificato di "operatore aereo". La consacrazione, la licenza e il certificato ci saranno, ha annuciato Vito Reggio imbronciato e a disagio, arriveranno solo di fronte "all'evidenza dell'effettiva disponibilità delle risorse finanziarie necessarie per l'operazione" e quando sarà "finalizzata la documetazione relativa al passaggio di proprietà degli aeromobili da una compagnia all'altra". Le parole di Reggio sono un po' ricercate, ma quelle "vere" dicono semplicemente che i gagliardi sono arrivati al momento di "prendere possesso" degli aerei dell'Alitalia senza avere i soldi per farli volare e senza averli neanche comprati. Più o meno come uno che chiede la licenza per fare il tassista senza avere la patente, senza avere i soldi per la benzina e neppure un'automobile.

E questi sarebbero quelli che hanno "salvato" l'Alitalia dalle grinfie dell'Air France, tanto ingorde da prevedere il licenziamento di un numero di dipendenti che era meno della metà di quello calcolato (ammesso che siano capaci di contare, a questo punto il dubbio è legittimo) dai gagliardi. E' molto difficile essere italiani, diceva Curzio Malaparte e sembrava una bestemmia. Oggi bisogna dire che essere italiani è molto costoso, e sembra un pensiero gentile.