ANALISI&COMMENTI/GOMORRA,IL FILM ITALIANO CANDIDATO ALL’OSCAR/ Il simbolo di una resa morale

di Marcello Cristo

La reazione del numeroso pubblico americano che ha assistito alla proiezione del film di Matteo Garrone "Gomorra", organizzata dal NICE domenica sera, 23 novembre, a San Francisco (vedi servizio a pag. 10), è stata lo spettacolo nello spettacolo. Sguardi perplessi e silenzi carichi di significato tra gli intervenuti, di fronte all'impatto di un film esemplare nella sua crudezza verista.
Ma come?..Dove'è finito il Belpaese?..Dove è l'immagine di quell'Italia da cartolina tanto cara agli uffici di promozione turistica? Ridateci la costiera amalfitana!...

E' toccato al mio collega Stefano Vaccara spiegare nel suo intervento alla fine del film, che l'Italia è anche questa e che di ogni medaglia si devono guardare entrambi i lati perché la sopravvvivenza di tutto ciò che ancora c'é di buono nel Belpaese, dipende anche dalla nostra abilità di confrontare ciò che è marcio.
Il giorno seguente alla proiezione, l'autore del libro Gomorra, lo scrittore napoletano Roberto Saviano, intervistato a Parigi sulle cause del fenomeno mafioso nel Mezzogiorno, ha affermato che "la mafia prospera dove non c'é lo stato".

A mio parere Saviano sbaglia. O meglio, dice una cosa vera ma purtroppo sorpassata.
Forse analizzata in una prospettiva storica, l'assenza di una credibile autorità statale nelle regioni del Sud è stata una delle ragioni principali dell'ascesa della mafia.
Ma ora, le cose sono cambiate, e in peggio.
Affermare che la mafia prospera dove lo stato è assente infatti, significa dichiarare implicitamente una dualità fatta di alternative contrapposte che, in qualche modo, si escludono a vicenda. Implica cioé la possibilità di un contrasto; di una lotta tra due forze opposte. In altre parole, cose vecchie...
Nella storia recente dell'Italia del Sud lo stato e la mafia non sono più due entità contrapposte ma due aspetti complementari di una stessa degenerazione antropologica ormai in fase avanzata.

La vecchia simbiosi andreottiana tra stato e anti-stato, basata sul tacito accordo post-bellico che garantiva libertà di azione sul territorio alle cosche in cambio di voti, è la reliquia di un passato pittoresco. Ciò che ora è cambiato non è tanto la mafia stessa o i suoi metodi quanto piuttosto il tessuto istituzionale e sociale dell'Italia moderna.
Nella dialettica tra stato e anti-stato, ci sono aspetti molto più inquietanti delle puntuali mattanze di mafia e camorra o della completa deriva di alcune regioni del sud nel mare aperto dell'illegalità.
In Italia, per reagire all'assalto dell'anti-stato occorre, prima di tutto, un presupposto di autorità morale ed etica dello stato. Un'idea questa, risibile quando si guarda alla "statura morale" di un parlamento popolato da inquisiti, indagati e pregiudicati (settanta al più recente conteggio, dei quali cinquantasette appartenenti alla attuale coalizione di governo).

Un presupposto "comico" quando si guarda alla sfrontatezza di un legiferare "ad personam", nato dalla necessità di tutelare interessi personali e corporativi, basato su un monopolio mediatico ormai di natura "orwelliana" e su uno sfregio quotidiano dei più fondamentali principi costituzionali.
In altre parole, non saranno certo le cosche romane ad eliminare quelle napoletane e palermitane.
E malgrado tutto, questi soprusi di potere non rappresentano neanche l'aspetto più scandaloso dello sfacelo dell'Italia moderna. Peggio ancora è la tolleranza di questi soprusi. L'evidenza di una completa amoralità dell'opinione pubblica; di un relativismo etico indifferente ed egocentrico che ormai pervade ogni strato di una società italiana che "normalizza" e tollera ciò che in qualsiasi altro paese civile sarebbe intollerabile e mostrando così come il malessere non dipenda più da isolati problemi sociali o di ordine pubblico ma sia invece una strutturale degenerazione antropologica.
Una totale mancanza di sdegno che è il sintomo di una resa incondizionata.
Di una metastasi.

Ed è proprio qui che risiede il valore artistico del film. Per chi, come me, è nato e cresciuto a Napoli, è chiaro che personaggi come quelli ritratti dal libro di Saviano e dal film di Garrone sono solo la manifestazione estrema di una decadenza sociale che esiste, in varie gradazioni, nell'intero corpo sociale campano. Tra la criminalità organizzata e la società civile non c'é più una linea di demarcazione ma una continuità. Lo "zio Ciro", il personaggio che nel film interpreta la parte del contabile e che distribuisce i proventi di droga agli abitanti delle "vele" di Scampia è il simbolo di questa continuità complice.
Gli eccessi criminali ritratti in Gomorra rappresentano gli aspetti estremi, l'abisso, di un degrado sociale nel quale buona parte della società meridionale è già sprofondata e che ora attrae, come un buco nero, una certa parte della società italiana, cominciando, paradossalmente, da quel segmento imprenditoriale più "sano" e dinamico che sta dietro al Made in Italy. Le trattative per l'assorbimento degli scarichi tossici delle industrie del nord o le aste tenute dalle case di alta moda per la confezione in nero dei capi d'abbigliamento sono, nel film, scene memorabili che mostrano la forza di attrazione irresistibile che questo mondo dell'illegalità esercita su quello del lavoro e della "legalità".
La graduale propagazione del contagio.

Ma il personaggio forse più rappresentativo del film è quello di Pasquale Del Prete, sarto dal talento eccezionale che esprime la sua arte attraverso quella precisione artigiana che è la nostra vocazione storica. Durante una sosta in autogrill alla guida del camion che trasporta il prodotto finito dalle fabbriche clandestine del sud alle case di alta moda del nord, Pasquale riconosce in tv un suo vestito indossato sul palcoscenico più prestigioso del mondo. In quel momento il personaggio di Pasquale diventa il simbolo della stessa Napoli e dell'intero Sud: un serbatoio di grande talento che tuttavia non passa mai dalle quinte della clandestinità al palcoscenico del successo; privato per sempre di un riconoscimento legittimo e auto-condannato a guardare da lontano il frutto del suo lavoro. Alla fine Pasquale, proprio come la Napoli attuale, si rimette mestamente alla guida per dirigersi da solo, nella notte, verso una meta sconosciuta.