Visti da New York

Riconoscere il nemico

di Stefano Vaccara

Gli obiettivi del terrorismo islamista hanno sempre delle precise caratteristiche simboliche. l'India sta all'Asia come l'America all'Occidente. Mumbai sta all'India come New York agli Stati Uniti. La più grande democrazia del mondo è stata colpita nella sua metropoli più aperta e libera, suo centro economico cosmopolita. Se 9-11 doveva scioccare l'Occidente, 11-2008 avrebbe dovuto, per il terrorismo islamista, far tremare l'Oriente. L'unico "fallimento" del piano, sarebbe alla fine la conta delle vittime, un'operazione del genere avrebbe dovuto risultare in almeno un paio di migliaia. Per fortuna, nei pur terribili tre giorni di fuoco, qualcosa non ha funzionato, e le forze indiane sono riuscite a limitare una carneficina di dimensioni apocalittiche.

Di 9-11 abbiamo la firma di Al Qaeda-Bin Laden; ma dell'11-08? Quale sarà il marchio di garanzia del terrore di questo commando che sempre più fonti danno proveniente via mare dal Pakistan? Con che sigla si fregiano, qual è il sigillo di sangue per farsi riconoscere in futuro? Si tratta sempre di Al Qaeda, magari di una sua succursale Made in Kashemir? Al Qaeda significa la rete, network, cioè basterebbe imbracciare un mitra e sparare su una folla di "infedeli" per farne parte con tutti gli onori e ottenere le decine di vergini in attesa nell'aldilà?

Continuando a pensare in questo modo dei terroristi islamisti che hanno colpito sette anni fa gli Usa, oggi l'India e domani chissà dove, non solo non ci aiuta ad eliminare il fenomeno (obiettivo utopistico), ma non ce lo fa comprendere per poterlo contenere e limitarne i suoi effetti sugli equilibri mondiali. Da anni ci ripetono, dalla Casa Bianca, che la difficoltà di confrontarsi con Al Qaeda e gruppi simili è che non si tratta di Stati a cui si possa lanciare avvertimenti, ma entità annidate anche in territori di Stati amici pronte a colpire senza rischiare poi di essere annientate. I terroristi sarebbero dei cani sciolti e impazziti dalla loro rabbia islamista, nessuno sarebbe in grado di controllarli. Questa interpretazione non convince più e speriamo che così la pensi la nuova amministrazione americana in arrivo. Da come Obama ha parlato in passato del Pakistan e dell'Afghanistan rispetto all'Iraq, siamo ottimisti.

Come i gruppi terroristi ideologici che insanguinarono le città europee, soprattutto italiane, non avrebbero potuto colpire come colpirono e non sarebbero durati come durarono se non avessero avuto appoggi e ispirazione da parte dei vari servizi segreti di Stati che allora si confrontavano nella Guerra Fredda, così anche i "fanatismi" islamisti alla Bin Laden non avrebbero potuto raggiungere il livello raggiunto senza il coinvolgimento di stati mediorientali che ne hanno offerto, a fasi alterne, protezione e ispirazione. Questa gente si immola mentre uccide americani o indiani, giapponesi o europei, ma l'obiettivo ultimo non è distruggere noi. Forse il fanatico destinato a sacrificare la propria vita si è pure convinto di questo, ma chi li manovra in questa "jihad" non ha come ultimo scopo la distruzione di un "grande satana" lontano. Troppo potente per non finire tutti nel caos che ne scaturirebbe. No, chi alimenta questo terrorismo islamista vuole ridisegnare gli equilibri interni di stati mediorientali e quelli strategici con paesi confinanti, anche asiatici.
Barack Obama sta scegliendo in questi giorni il suo team di politica estera e di difesa. Da i nomi che circolano, arrivano notizie confortanti. Non si tratterebbe di "ideologici" convinti di conbattere un conflitto di civiltà, ma di un gruppo di esperti che conosce già e continuerà a studiare bene i rapporti di intelligence proveniente da stati di una certa regione dove c'è in corso una lunga "guerra civile" per il potere. Magari esperti capaci di mettere giù una nuova dottrina del "containment", che nel tempo mise in ginocchio il gigante sovietico. Perché per essere in grado di contenere un nemico e rispondere colpo su colpo, bisogna saper prima riconoscerlo.