Mostre/Alla Sara Meltzer Gallery “By the Mirror” di Francesca Gabbiani. Specchi delle nostre brame

Gaia Torzini

Guardarsi allo specchio e vedere oltre l’immagine. Al di là del riflesso e della fisicità. Le opere di Francesca Gabbiani, esposte fino al 20 dicembre alla Sara Meltzer Gallery (525-531 West 26esima Street, quarto piano), suggeriscono un viaggio, un’esperienza da fare dentro noi stessi. Guanti color rosa intenso, perfettamente abbinati con i fiori regalati per l’inaugurazione della mostra, tenutasi giovedì 13 novembre, Gabbiani ci spiega le sue opere con passione e semplicità, riuscendo sempre a mantenere quello stupore quasi infantile che spesso caratterizza gli artisti. Nata in Canada nel 1965 da madre francese e padre italiano, Gabbiani è cresciuta in Svizzera, dove ha cominciato a studiare arte. Ha poi proseguito il suo percorso esponendo in vari paesi, tra cui Olanda, Germania, Inghilterra, fino ad arrivare a Los Angeles, dove vive dal 1995.

«Mi piaceva l’idea di poter presentare dei ritratti senza dover ritrarre nessuno» spiega l’artista «per questo lascio che siano gli spettatori a vedere nei miei specchi ciò che desiderano». E non si tratta di un discorso astratto stavolta. Le opere di Gabbiani infatti non sono che dei collage realizzati con pezzi di carta colorati, che fanno da cornice a uno spazio centrale (ogni volta di dimensione differente) in cui dovrebbe essere posto uno specchio. Questo spazio, da cui prende spunto lo stesso nome dell’esposizione, By the Mirror, è scuro: in esso ciascuno di noi può vedere riflessa la sua immagine; si tratta però sempre di un chiaro scuro, di un riflesso lontano, e non di un normale specchio cui siamo abituati. Da qui l’esperienza del viaggio interiore, come se le opere di Gabbiani delimitassero lo spazio fra la dimensione fisica e reale e quella interiore: nella sala, al di qua delle opere, c’è lo stato conscio e concreto dell’esistenza quotidiana; al di là di esse, lo specchio rimanda il nostro riflesso sotto forma di stato inconscio: la nostra identità, con i nostri sogni e le nostre paure.

«L’ispirazione per il mio lavoro –racconta Gabbiani- deriva dalla letteratura gotica, dai poeti come Cocteau e De Quincey. Questi specchi sono in stile rococò e rappresentano lo spazio vuoto interiore, il momento esatto in cui qualcosa sta per accadere o, per assurdo, è già presente dentro di noi». Ma non lasciamoci ingannare. Il continuo intreccio fra reale e immaginario, coscio e inconscio, non trasmette quel senso di ansia che tante volte si prova di fronte ad opere complesse.

Anzi: le cornici realizzate da Gabbiani sono colorate, ricche di elementi naturali e simboli che richiamano la vita e l’immortalità. «I collage sono creati con pezzi di carta colorati, che ritaglio e sovrappongo in forma di cornice –prosegue- A volte richiamano la cultura popolare, altre volte quella letteraria, altre volte ancora il mondo naturale». Ci sono così cornici a forma di funghi, di rocce, di animali allegorici o mitologici, come Cerbero, simbolo di quel momento di passaggio da una dimensione all’altra riflessa dagli specchi. «Credo che continuerò ad utilizzare questo metodo ancora per un po’ di tempo», confessa Gabbiani «perché l’arte, attraverso la suggestione, dovrebbe riuscire ad aiutare lo spettatore ad andare oltre, a guardarsi dentro». A vedere il riflesso di ciò che siamo, o vorremmo essere, nello spazio vuoto di uno specchio.