INTERVISTA/ PAGANI E LA LEZIONE DELL’ “AMICO FRAGILE”. “La mia sfida per la musica italiana”

Donatella Mulvoni

Mauro Pagani, è stato chiamato dal Consolato per cantare Fabrizio De Andrè, nel Queens. Qualche giorno fa, l’ho sentita titubante. Desiderava rivolgersi a un pubblico capace di emozionarsi. Come è andata?

«Penso sia andata bene, in sala c’erano tante persone. Mi sono accorto che all’inizio, con le canzoni in Genovese, in molti sono rimasti perplessi. Era ovvio. Ho scelto di iniziare con i brani più ostici. Magari, la prossima volta che ascolteranno queste musiche saranno pronti a recepirle anche grazie a me».

Non aveva paura di un fiasco?

«No. Ho trent’anni di carriera alle spalle. Nella mia vita ho avuto tante lodi, platee piene, applausi e premi. Non ho più l’ansia di avere il grande pubblico. Ora, a me bastano 100, 200 persone attente e sono soddisfatto».

Cosa ne pensa dell’iniziativa del Consolato e della Federazione italiana di Brooklyn e Queens, di portare fuori Manhattan la cultura italiana?

«Ottimo. Alle persone non si deve dare quello che già conoscono. Bisogna rischiare, avere pubblici nuovi. Permettere a tutti di poter essere presenti».

È stata una sfida. Ne ha altre in cantiere?

«Sì. Una, molto ardua. Riuscire a esportare nel mercato internazionale la musica italiana, che non sia solo pop. Ancora non ci siamo riusciti».

 Ci avete provato?

«In pochi l’hanno fatto. Non di certo le case discografiche italiane, scadenti e sempre con la retromarcia inserita. Promuovono solo il commericale e si accontentano del minimo».

Oggi, ha cantato tanto in dialetto. Il suo è un amore che ha condiviso per tanti anni con Fabrizio de Andrè. Secondo lei la canzone popolare è morta?

«Qualche anno fa ti avrei detto di sì. Ora no, ci sono tanti gruppi che hanno voglia di riscoprire la musica popolare. Il dialetto è fondamentale, una lingua meravigliosa con cui esprimersi. Ad esempio, con Ranieri ho recentemente pubblicato una raccolta di cd, per ricordare la musica napoletana».

Quali sono i suoi progetti futuri?

«Prima di tutto, una serie di concerti in giro per l’Italia che inizierò tra Marzo e Aprile. Ho appena concluso, tra l’altro, la colonna sonora di un film di Maurizio Scaparro, che si chiama "L’ultima Pulcinella". E a breve, riprenderò la collaborazione con Salvatores, di cui non posso anticipare altro. È anche in cantiere un mega concerto in cui artisti americani canteranno le canzoni di De Andrè. C’è tanto fermento intorno a lui».

Vi siete conosciuti per caso lei e Fabrizio…

«Si, in una sala discografica. Lui stava registrando il disco "L’Indiano", mentre io ero impegnato con la colonna Sonora di un film di Gabriele Salvatores "Una notte d’estate". Da quel momento abbiamo iniziato a lavorare insieme».

Cosa sarebbe ora Mauro Pagani senza De Andrè?

«Difficile rispondere. Io come artista ho iniziato con lui. Mi ha dato le basi, mi ha insegnato lui a scrivere canzoni. Lui mi ha anche aiutato a uscire indenne dagli anni 80, gli anni della mercificazione e della commercializzazione. Quegli anni non amavano i cantautori come me e De Andrè».

 La canzone che più ama di Fabrizio?

«Amico Fragile».

 Chi era veramente il padre di "La canzone di Marinella"?

«Era un vecchio meraviglioso brontolone».