SPECIALE/CONCERTI. Il coraggio di cantare De André

Donatella Mulvoni

Emozionante interpretazione il 16 novembre, al teatro Christ the King High School nel Queens, di Mauro Pagani e della sua band delle canzoni del cantautore genovese. Gran pubblico all’inizio un po’ disorientato dalle prime canzoni in dialetto, che ha poi sempre più apprezzato fino al boato per “Questa di Marinella è la storia vera...”

E' stato un concerto coraggioso. Finalmente. Nessuna ricerca del consenso, dello scroscio di applausi. Solo un progetto che Mauro Pagani ha voluto portare avanti: far conoscere al pubblico Fabrizio de Andrè. Il suo stile. Sprovincializzarlo e allentare le briglie intorno a lui, che l’hanno sempre etichettato come un poeta, autore solo della Guerra di Piero e di Bocca di Rosa.
Ottocento persone in sala domenica scorsa, che probabilmente sono rimaste spiazzate dalle prime canzoni che l’artista lombardo ha scelto per il tributo a Fabrizio. Ad introdurre il concerto, il bravo Sal Palmeri particolarmente ispirato.

Il brano iniziale è stato “Crueza de ma”, tratto dall’album omonimo, sconosciuto ai più, interamente in genovese, che recentemente è stato considerato uno dei dischi più belli degli ultimi cinquanta anni. È stata una scelta voluta quella di iniziare con il dialetto. De Andrè lo amava, lo recitava, per lui era il linguaggio del cuore. Il concerto di Pagani è stato un viaggio, che ha attraversato i quattordici anni della sua collaborazione con l’artista genovese. Un’avventura lunga due ore, che il cantante ha saputo raccontare ai presenti. E così, “Crueza de ma” è la storia di un marinaio che parte dal porto di Genova e va in posti lontani, raccontando di volta in volta le sue avventure e gli incontri con i popoli e le culture diverse dalle sue. “E andae, andae, anda ayo. E andae, andae, anda ayo”.

Ottima l’amplificazione del teatro del “Christ the King” High School, nel Queens, che ha permesso di godere di una musica calda e avvolgente. Impeccabili i musicisti, a partire dal percussionista Joe Damiani, che ha scandito i tempi e dato pienezza alle ballate create da De Andrè insieme al suo collega e amico Mauro Pagani. Un trio, composto anche dal bassista Giorgio Cordini, affiattato e preciso, nonostante sia recente la loro collaborazione.

Altri brani in scaletta: “Sinan Capudan pascià”, una storia vera di un marinaio genovese, la cui barca era stata catturata dai pirati. Lui si salvò solo perchè si convertì all’islam; “A Pittima”, la storia di un genovese odiato dal paese perchè aveva il difficile compito di riscuotere i debiti.
Ballate popolari nei temi e sofisticate nella scelta della musica. Influenze arabe, sarde, americane, presenti anche nelle canzoni scritte da Pagani: “Ossi di Luna” e “Alibumayè”. Quest’ultima, la storia di un uomo che, dopo aver passato la sua vita davanti a una scatola parlante (la televisione), guarda al passato e si interroga sulla sua esistenza.

Atteggiamenti contrastanti, di perplessità e apprezzamento, quelli avuti dal pubblico. Il boato nella sala è arrivato con: “Questa di Marinella è la storia vera/ che scivolò nel fiume a primavera/ ma il vento che la vide così bella, dal fiume la portò sopra una stella...”. Alla fine le ha fatte le “canzoni” di Fabrizio. La canzone di Marinella, Don Raffaè, Bocca di Rosa. “La chiamavano Bocca di Rosa, metteva l’amore, metteva l’amore/ la chiamavano Bocca di Rosa metteva l’amore sopra ogni cosa”.
“Questo è l’esempio di come si scrive una canzone. Ci sono due cose che un cantante non deve mai fare, mi diceva Fabrizio, giudicare e sintetizzare”, ha raccontato l’artista lombardo, per presentare il brano al pubblico. La battaglia dei numeri non lo interessa, forse neanche il gradimento. Mauro Pagani, alla fine del concerto, era felice. A lui sono bastati i sorrisi di quanti l’hanno ringraziato per la passione con cui ha fatto il tributo e per l’audacia nella scelta dei brani. Canzoni che hanno fatto conoscere un Fabrizio diverso, che fino ad ora in molti avevano ignorato.