SPECIALE/CINEMA. Un film per dare giustizia a Doria

Natasha Lardera

Nell’ambito del Festival del Nice, Paola Baroni e Paolo Benvenuti hanno presentato il loro “Puccini e la Fanciulla” al gran pubblico accorso al Lincoln Center domenica 16 novembre, per poi discuterlo in una tavola rotonda alla Casa Italiana Zerilli Marimò della Nyu. Anche Oggi7 ha posto delle domande alla coppia di cineasti

Ci interessava dare voce e diritto di giustizia a Doria Manfredi. La microstoria fa parte della macrostoria e io e Paolo volevamo raccontare cosa fosse veramente successo.” Con queste parole Paola Baroni, non solo moglie del regista Paolo Benvenuti, ma sceneggiatrice e direttrice artistica del film Puccini e La Fanciulla, mi spiega dopo la conferenza tenutasi lunedì scorso alla Casa Italiana Zerilli Marimò della Nyu che ha fatto parte del programma del NICE Film Festival.

Negli anni, dal 1952 quando uscì il primo lungometraggio sul grande maestro intitolato Puccini, Doria viene rappresentata cinematograficamente come una ninfomane, innamorata persa del compositore, che, dopo essere stata rifiutata dall’amante, si suicida in Toscana nel lago di Massaciuccoli. “Peccato però,” aggiungono i coniugi, “che il lago sia alto solo un metro. Come è possibile? In realtà, Doria si è uccisa con delle pastiglie di sublimato, un sale per pulire i gabinetti, e morì dopo 5 giorni di agonia”. In questo caso la memoria storica è in collisione con la memoria cinematografica e farsi sentire non è facile. “Ogni volta che facciamo un film è come andare in guerra e vincere una battaglia,” confessa Benvenuti, “Scelte inusuali e diverse dai canoni vengono più condannate che apprezzate e, in questo caso specifico, ancora una volta diamo fastidio. Al cinema, perchè usiamo un linguaggio diverso, ovvero l’assenza di dialoghi, e a tutti quelli che preferiscono credere che Doria fosse una ragazzaccia. Il nostro film non è ancora stato distribuito nelle sale e già abbiamo avuto due processi!”

La tavola rotonda alla Nyu è stata lunga, gli impegni tanti il successo con il pubblico grandioso anche la sera precedente al Lincoln Center e la stanchezza si sente, ma la voglia e l’entusiasmo di parlare del proprio film è incontenibile. L’assenza di dialoghi è indubbiamente intrigante, prima della visione, e sorprendente, dopo. “Il linguaggio della musica è più globale di quello delle parole e più vicino a quello del maestro,” mi spiega Paola Baroni, “La comunicazione vera avviene in poca parte con le parole, e questo mi ha permesso di far esprimere l’interiorità dei personaggi, specialmente quelli femminili. La scena in cui Elvira Puccini si siede a tavola per cenare con tutti dopo aver saputo della ‘relazione’ tra il marito e la ragazza lo dimostra in piccoli gesti. Elvira non è la donna isterica che tutti hanno rappresentanto fino ad ora, ma una donna che soffre e la sua sofferenza viene tradotta in sguardi. La verbalità ha un ruolo maggiore nel mondo maschile, mentre in quello femminile ogni piccolo gesto conta. Gli attori hanno dovuto fare una grossa ricerca interiore per arrivare a questo livello di comunicazione e i risultati si vedono”.

Gli attori di cui si parla sono in gran parte professionisti lontanti dal mondo dello spettacolo, ma vicini alla realtà raccontata nel film, e sopratutto, con una grande somiglianza fisica ai personaggi. “Al casting si sono presentate 750 persone e noi abbiamo usato come canone di riferimento fotografie e i quadri dei Macchiaioli che frequentavano casa Puccini,” dichiara il regista, “Tania Squillario, la giovane che interpreta Doria, è un’impiegata che è stata scelta per la impressionante somiglianza con la giovane Manfredi”.

La verità cinematografica, narrativa e visiva, è stata il fulcro della discussione tenutasi
sul palco della Casa Italiana magistralmente coordinata dal suo direttore, Stefano Albertini, in compagnia di Deborah Young, direttrice artistica del Taormina Film Festival. L’altro ospite, il regista Francesco Munzi, che al NICE ha presentato il suo ultimo film Il Resto della Notte.
Storie diverse, il film di Munzi parla della comunità rumena in Italia, ma comunque legate da un notevole filo conduttore – partire dalla ricerca storica e sociale. “La precisione è fondamentale,” dichiara Munzi, “Ho elaborato un mio metodo di ricerca per il quale quando parlo di una realtà straniera parto e vado a visitare il posto per conoscerlo direttamente. Penso però che il cinema non debba fare pura sociologia, ma debba anche comunicare delle emozioni.” Il metodo è lo stesso per il team di Benvenuti ed il compito stà a Paola Baroni di prendere i dati delle ricerche ed “impastarli come se stesse facendo il pane. Rende tutto più poetico per valorizzare la ricerca e stimolare il pubblico”, aggiunge Benvenuti.

Il processo di ricerca che ha portato Benvenuti ed i suoi studenti della scuola di cinema Intolerance, con cui ha collaborato per la realizzazione del film su Puccini, ha un notevole valore a storico e non solo cinematografico. “Non si può fare un film storico se non si hanno tutti i fatti,” confessa il regista, “Questo è contro la mia etica. Quando non avevo prove sulla relazione di Puccini con Giulia, la donna che lavorava nella locanda difronte alla sua villa di Torre del Lago, la sua vera amante e cugina di Doria, ma avevo solo supposizioni non potevo certo realizzare un film. Ero pronto a lasciar perdere. Quando poi gli eredi di Giulia hanno trovato la famosa valigia, mi sono buttato a capofitto”.
In questo pozzo del tesoro, una valigia di cartone abbandonata in una cantina per decenni, Benvenuti ha trovato documenti datati dal 1908 al 1922, cartoline scritte dal Mestro provenienti da tutto il mondo e una quarantina di lettere sul suicidio di Doria, tra le quali emerge un promemoria che il maestro scrisse a se stesso dove riepiloga tutti i fatti.

Con grande entusiasmo, il regista ha letto al pubblico il testo, proiettato sul grande schermo, di una lettera scritta da un amico intimo di Puccini, un certo Alfredo Castelli, datata il 10 gennaio 1909, giorno del funerale di Doria. “Non ti pare il Civinini (il librettista di Puccini) il vero carnefice della povera Doria?” scrive il signore alludendo al piano del librettista e dell’amante, la figlia di Elvira, Fosca, di proteggere la loro relazione segreta accusando ingiustamente un’altra persona. E’ tutto lì nero su bianco. E si sà, la verità a volte fa male, e sembra non sia stata apprezzata dagli eredi di Puccini.

Benvenuti è un grande ammiratore del cinema verità specialmente quello di Rossellini, l’uomo che considera il suo grande maestro. “Ho lavorato con lui sul set di Cosimo de’ Medici e alla mia domanda su come impostare le inquadrature e dove riporre la macchina da presa mi ha risposto, ‘nel punto dove dà allo spettatore più informazioni possibili’. Questi sono stati i trenta giorni di scuola che hanno segnato il mio cinema. In questo momento il cinema italiano ha bisogno di ritrovare la forza di recuperare il realismo”
Anche per Munzi il cinema deve raccontare la verità e il giovane regista ha trovato in Gianni Amelio la propria guida. “Amelio mi ha insegnato che se hai la location giusta, la storia e la battuta giusta, il personaggio giusto, la luce giusta, poi la telecamera la può anche piazzare una cameriera dove vuole e l’inquadratura sarà perfetta.”

Il pensiero può apparire diverso ma alla fine in etrambi i metodi la meticolosità narrativa e visiva gioca un ruolo fondamentale. “L’importante è mettere in moto la capacità critica dello spettatore… lasciarlo pensare. Il silenzio è stato protagonista nella sala del Lincoln Center durante la proiezione di Puccini e la Fanciulla, e mi prova che il nostro lavoro funziona e che la mente degli spettatori sta lavorando. Non si sente quello che i personaggi si dicono ma si vede che si parlano. Cosa si staranno dicendo? Si chiede il curioso. E magari si immagina la risposta”.
Munzi è un po’ più cinico sottolineando che magari lo spettatore sta pensando alla lista della spesa da fare dopo la proiezione. I pensieri sono impossibili da leggere ma la curiosità del pubblico parla chiaramente.
Sono così piovute le domande, molte su Puccini e La Fanciulla, ma anche tante sulla situazione del cinema italiano e qui la discussione si è fatta ancora più accesa.
“Il grande problema è la distribuzione,” dichiara il regista, “Il vero ricatto è lì. Trovare dei soldi per farsi finanziare non è poi così difficile, l’impresa impossibile è poi farlo arrivare al pubblico. Il regista non può portare direttamente la sua opera ai cinema, deve passare dal distributore. In Italia ci sono tre persone che decidono cosa si deve vedere, e queste potenze hanno in mano il controllo ideologico delle persone.”
Puccini e la Fanciulla non ha ancora distribuzione e chissà se l’avrà mai. “Quando si toccano argomenti sensibili è difficile far circolare il proprio lavoro”, aggiunge Paola Baroni, e, aggiunge il marito: “Se nessuno va a vedere il tuo film non si fanno soldi e al prossimo progetto nessuno vuole finanziarti…ma come è possible se il film non arriva nelle sale? Vieni considerato un regista che non vende, ma non ti viene data la possibilità di far vedere il tuo prodotto…”
“Infatti noi non ci manteniamo con il cinema,” aggiunge lei, “Paolo è impiegato, lavora al Ministero della Pubblica Istruzione, e io faccio ricerca di laboratorio in ospedale. La nostra è una scelta etica per non scendere a compromessi.”