PUNTO DI VISTA/Ascesa e caduta del "Progresso"

Tony De Santoli

Domenica scorsa, il passionale, ma attento e preciso Stefano Vaccara ha scritto un “pezzo” eccellente sul ventesimo anniversario della nascita di America Oggi e ha speso anche buone parole in memoria del “Progresso”. Ma io sono uno di quelli che nel fatidico1988 saltarono dalla nave poiché s’era capito che la nave sarebbe presto affondata. Difatti, affondò. Ma al suo posto, oggi, ne veleggia una che, di sicuro, mai s’inabisserà. E’ ben governata, dispone di parecchie, efficaci “bocche da fuoco”. Soprattutto, poggia su menti agili, brillanti, fertili.

Al “Progresso” venni assunto il 31 marzo 1980. Vi restai fino al 1° febbraio 1988. Quando vi arrivai, l’editore era il signor Fortune Pope, figlio di Generoso Pope, l’uomo che negli Anni Venti rilevò il “Progresso” (se non vado errato) dalla famiglia Barsotti. Il vecchio Barsotti aveva fondato il giornale nel 1880. Singolare personaggio Fortune Pope: introverso, imprevedibile, duro all’occorrenza. Ma, almeno, era un signore. Era un uomo ben più attento e comprensivo (anche se nella primavera del 1980 licenziò su due piedi il vecchio Giorgio Fenin…) di quanto sembrasse. Credo che bastasse guardarlo dritto negli occhi e non accampare mai scuse, non arrampicarsi mai sugli specchi, per ottenerne la stima e la fiducia. Parlo per esperienza diretta.

Ma quelli che arrivarono dopo di lui, signori non erano. Si davano arie da signori, senza però sapere che il signore vero le arie non se le dà. Non se le vuol dare. Ne ricordo uno che vestiva da capo a piedi “all’inglese”. Non ce ne sarebbe stato bisogno: basta una giacca di tweed o una cravatta scozzese… Perché voler sembrare più inglesi degli inglesi che frequentano Ascot e il Reform Club…? Il personaggio aveva la camminata “studiata”. Felpata, nella circostanza. A me pareva la caricatura mediterranea di Phileas Fogg, il protagonista (ricordate?) del Giro del Mondo in Ottanta Giorni. Ma, a differenza di Phileas Fogg, l’individuo un giorno faceva con te il mellifluo e il generoso, quello dopo ti tirava senza preavviso una stilettata, assicurandosi tuttavia che vi fossero testimoni i quali potessero poi riferire in giro che portentoso decisionista, che uomo tutto d’un pezzo fosse lui…
Dopo di lui arrivarono personaggi ancora peggiori.

Ne ricordo uno, una specie di “bucaniere” che (eccoci!) non ti guardava mai negli occhi. Non sapeva far altro che dare ordini, impartire direttive (ah, le direttive!), ma senza cognizione di causa… Era il tipo del burocrate, del burocrate-affarista che, a proprio vantaggio (finchè la sorte gli è amica), brucia tutto ciò su cui mette i piedi. Senza comunque sorprenderci, il tipo si mise presto in combutta con un sudamericano il quale, da salariato del “Progresso” era – come si dice a Napoli - “un babà”: ottenuti invece i galloni di aiutante di campo, si mise a fare il Kapò! Al “Progresso” davamo tutto noi stessi: vederlo ridotto in quelle condizioni, amareggiava. Indignava. Indignava trovarsi alla mercè di tali speculatori.

Partii perché avevo bisogno di guadagnare di più. Partii perché vinto dalla nostalgia dell’Italia, dell’Europa, ritrovate, in seguito, grazie al “ponte” del “Corriere Canadese” di Toronto.
Ma quegli otto anni al “Progresso” in compagnia di Mantineo, Cirino, Jaus, Tonelli, Rizzotti, Branchini, Albertazzi, Morroni, Fiano, Baiata, Borrelli, i Taormina, Fedele, Veggian, e altri ancora, li ricordo (ci risiamo…) con crescente nostalgia.
Anche questo articolino rientra nel “Punto di vista”. Contro gli italiani che fanno, sì, terra bruciata…