Il rimpatriato

Tutto il potere ai peones

Franco Pantarelli

Ha il cognome di uno storico molto rispettato e il nome del protagonista di una divertente canzone di Giorgio Gaber, ma Villari Riccardo non ha avuto dubbi a scartare immediatamente l’accostamento con Rosario Villari e a preferire senza indugi quello con “il Riccardo” che “per fortuna c’è”, dando vita alla commedia che in questi giorni sta andando in scena sul disastrato palcoscenico della politica italiana. Il suo mestiere è quello di deputato del Partito democratico, cioè quello che pochi mesi fa era nato con l’ambizione di “ridare dignità e chiarezza” alle vicende politiche, ma lui non era molto interessato ai grandi obiettivi (che peraltro si fanno sempre più evanescenti).

Quello che gli interessava era continuare a far parte dei peones, cioè di quei deputati che non fanno nulla, non danno speciali contributi e si limitano a votare come dicono i loro capi. A chiamarli in quel modo sono gli altri deputati come loro che - al pari di loro - non sanno nulla della rivoluzione messicana e dei peones “veri” che si fecero ammazzare a migliaia per conquistare una vita migliore. Per Villari Riccardo, nato all’ombra di Ciriaco De Mita e cresciuto sotto l’ala di Clemente Mastella, il modo migliore per non perdere il ben retribuito posto al Parlamento era correre sotto l’ala di Francesco Rutelli, che nel Partito democratico continua misteriosamente a contare nonostante le sconfitte subite, ed eccolo sopravvivere alla disfatta del suo partito e insediarsi di nuovo a Montecitorio, seppure fra i banchi della minoranza, a godere dei privilegi della “casta” e magari, chissà, anche a sognare il giorno in cui Babbo Natale gli si sarebbe presentato con l’occasione capace di farlo uscire dal grigio anonimato. E’ un sogno comune a tutti i peones, che però ora non potranno più annoverare il nostro uomo fra le loro fila.

Per Villari Riccardo, infatti, l’occasione finalmente arriva e il Babbo Natale che gliela porta si chiama nientemeno che Silvio Berlusconi. A lui l’idea di possedere tutto ma non la presidenza della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai non gli va proprio giù. Ma come, si dice, la televisione sta a me come la Verità sta a Gesù e devo sottostare alla stupida prassi secondo cui il presidente di quella commissione deve essere designato dall’opposizione? Così applica una variante alla prassi: il presidente sia pure uno dell’opposizione, ma a sceglierlo devo essere io. Il braccio di ferro che si protrae a lungo, finisce con il paradosso di cui avrete letto nei giorni scorsi: Berlusconi sceglie Villari Riccardo, che viene eletto non dal suo partito ma dai berlusconiani. “Dimettiti”, gli dice Walter Veltroni, teoricamente il suo capo, ma lui la butta sull’istituzionale. “Voglio prima parlare con Napolitano”, dice, ma il presidente gli risponde che lui in una vicenda come quella non c’entra e non vuole entrarci. Allora si rivolge ai presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, davanti ai quali si definisce “uomo del dialogo” e firma una specie di cambiale: “Appena maggioranza e opposizione avranno trovato un accordo sul nome del presidente io mi dimetterò”.

L’accordo sul nome viene trovato in quello di Sergio Zavoli, icona del giornalismo televisivo e oggi deputato del Partito democratico; i possessori della cambiale Schifani e Fini chiedono a Villari di dimettersi, così fa di nuovo Veltroni e così fa perfino Babbo Natale Berlusconi. Ma Villari Riccardo dice no, chiude il suo telefono e scompare, come in una commedia di Feydeau. Gli ultimi che lo hanno visto vivo dicono di averlo sentito dire che “nel vocabolario di un democristiano la parola dimissioni non c’è”.

Piccola osservazione: ma è proprio necessaria la commissione di vigilanza sulla Rai? Nei Paesi seri sono i giornalisti a “vigilare” sui politici, non viceversa.