Visti da New York

Italia, questa è una bella figura

Stefano Vaccara

L’Italia all’Onu ancora protagonista. Nella settimana in cui è stato ribadito l’impegno sulla pena di morte, i diplomatici italiani si distinguono nella Giornata Mondiale per l’Infanzia, sensibilizzando i media ad appoggiare lo sforzo del Palazzo di Vetro nel combattere il terribile fenomeno dei “Bambini-Soldato”. Non solo “public relations” ma una iniziativa italiana che ha già raggiunto obiettivi concreti e continua a farlo

Mentre la partitocrazia italiana è sempre più aggrovigliata in vergognosi balletti di caste che solo a pensarci – figuriamoci a scriverne – ti viene l’irrefrenabile impulso al vomito (ma potete leggerne sul “Rimpatriato” a pag.4), capita la fortuna di coprire il Bel Paese da New York, dove qui l’Italia istituzionale riesce miracolosamente a dare di sé il meglio riuscendo a farci inorgoglire. “Far bella figura” è una tipica espressione del popolo italico, ovunque lavori nel mondo. Insomma, noi italiani per metterci in bella posa nella vetrina dell’apparenza siamo capaci di fare cose di pazzi, enormità spesso costose, magari inutili sforzi dove alla fine di concreto si raccolgono briciole. Ma invece qui parliamo di un tipo diverso di far “bella figura” toccata questa volta all’Italia, e ancora una volta nel Palazzo di Vetro dell’Onu e per ben due volte nella stessa settimana! (C’è stato anche un voto sulla risoluzione per la pena di morte, con l’Italia sempre protagonista, vedere box accanto).

È successo giovedì che in occasione della Giornata Mondiale per l’Infanzia, per le celebrazioni al Palazzo di Vetro l’Italia è stato il paese sponsor di una iniziativa per dar vita al primo “Network” per i bambini colpiti dalla guerra, cioé per liberare e riabilitare centinaia di migliaia di piccole vittime rapite dalla guerra e che li ha fatti diventare, ancora in tenerà età, cosidetti “bambini-soldato”. Questo Network oggi nasce grazie alle iniziative intraprese negli ultimi anni dalle Nazioni Unite, in particolare dal Segretariato e dall’Unicef, con l’Italia che ormai diventa il Paese di riferimento per questo tipo di iniziativa.

Un colpo di fortuna inaspettato? Capitato così, per caso, in cui la nostra missione all’Onu si è buttata dentro con pochi spiccioli tanto per fare “bella figura” con una conferenza stampa e inaugurando una mostra di belle fotografie nei saloni del Palazzo di Vetro? Niente affatto, come dicevo c’é da essere orgogliosi del lavoro dei nostri diplomatici e, per una volta, del governo di Roma.

L’Italia da tempo teneva particolarmente al tema dei bambini soldato, a come far sì che nel Consiglio di Sicurezza il problema fosse tenuto in considerazione e rimanesse sempre scottante, fino ad arrivare, oltre un anno fa, a riuscire a far inserire nella risoluzione del CdS del luglio 2007 che creava per il Sudan-Darfur la missione UNAMID, un articolo che rendeva permanente l’azione dell’Onu, cioè in cui si obbligava non solo in questa missione ma per tutte le successive missioni Onu in aree di conflitto, a rendere sempre attivo tra i caschi blu inviati un apparato specializzato nella liberazione e recupero dei bambini soldato.

Alla conferenza stampa di giovedì, con l’Ambasciatore italiano Giulio Terzi di Sant’Agata, c’era anche la Signora Radhika Coomaraswamy, Speciale rappresentante del Segretario generale dell’Onu per i bambini e i conflitti armati, con una delegazione dell’Unicef. Coomarasmamy, elegantissima nel suo abito dello Sri Lanka, ha detto: “Dalla Repubblica Democratica del Congo, dove i bambini soldato sono 32 mila, alla Striscia di Gaza, dall’Afghanistan alla Somalia, troppi minori soffrono delle conseguenze della guerra. La guerra viola ogni diritto dei bambini, non possiamo permettere che continui a distruggere l’infanzia”.
Per l’Unicef sono 250 mila i bambini prelevati da guerriglieri ma anche da forze governative – soprattutto quando si trovano a scuola - e reclutati forzatamente, addestrati a varie funzioni, ma anche a combattere e uccidere.

L’ambasciatore italiano Terzi ha aggiunto: “Dobbiamo dirigere gli sforzi non solo verso i conflitti in corso, ma soprattutto nelle zone di post conflitto dove il successo della reintegrazione e della riabilitazione dei bambini è una necessità vitale per la stabilizzazione dei singoli paesi. L’Istruzione, il ritorno a scuola” ha sottolineato Terzi, “è fondamentale per superare il trauma subito”.
E infatti un esempio di tutto ciò è arrivato subito dopo, quando i diplomatici hanno lasciato i loro posti e davanti ai giornalisti si sono seduti tre giovani ex bambini soldato, due ragazzi e una ragazza che in modo eloquente e impeccabile, hanno spiegato perfettamente la situazione, risposto alle domande e anche dato le loro esortazione a tutti gli altri paesi “importanti” dell’Onu a cercare di fare di più.

Per prima ha parlato Grace Akallo, ugandese reclutata a forza da un gruppo di ribelli quando aveva 15 anni. “Anche noi ragazze eravamo costrette a sottostare alla regola di uccidi o sarai uccisa”, ha detto Grace con occhi ancora pieni di dolore ma anche dell’orgoglio di chi è riuscita, grazie alla sua forza interiore ma anche ai programmi dell’Onu, a ricostruirsi un futuro. Grace, oltre ad essere un’attivista del Network of Young People Affected by War (NYPAW) adesso studia per un master alla Clark University di Boston ed è co-autrice del libro “Girl Soldier: A story of Hope for Northern Uganda’s Children”.

Seduti accanto a lei, anche Kon Kelei e Ismael Beah. Kon, nato nel Sudan meridionale, ha lasciato di stucco tutti quando ha esordito: “Io sono stato strappato alla mia famiglia quando avevo solo 4 anni... Dopo un duro addestramento, e potete immaginare un povero bambino che a cinque o sei anni si ritrova senza sua madre e con soli soldati attorno... sono rimasto bambino soldato per anni, ho visto di tutto. Quello che voglio sottolineare qui a voi giornalisti è che se poi sono riuscito a scappare, se sono quello che vedete adesso, è grazie a questi programmi di recupero, alle scuole che ho potuto frequentare. L’Onu ha fatto tanto, ma può e deve fare ancora di più per salvare le migliaia di bambini che sono ancora in quelle condizioni. Scusatemi, ma devo dirlo: non capisco perché c’é sempre così tanta agitazione da parte di tanti leader di grandi paesi e la sempre pronta attenzione dei media per il problema dei cambiamento climatico, un problema certamente reale, ma nessuno si scomoda più di tanto per qualcosa che avviene ora, ogni giorno, in questo momento... intere generazioni di bambini costretti a compiere azioni terribili e che un giorno saranno adulti nella società del futuro. Ecco, vorrei da tutti voi una maggiore attenzione al problema”. Così senza giri di parole Kon Kelei, portavoce anche dell’organizzazione War Child Holland e che vive in Olanda dove sta studiando anche lui per un master in legge internazionale.

Poi è stata la volta di Ismael Beah. Nato in Sierra Leone e lì a soli 12 anni arruolato alla guerra, “ma non dai ribelli, perché spesso si crede che a far ciò siano solo le forze irregolari. No, io ero stato arruolato e addestrato alla guerra dall’esercito regolare della Sierra Leone... Ho combattuto per due anni, ne sono uscito grazie all’Unicef...”. Anche Ismael ha ribadito le parole dei suoi compagni e dell’ambasciatore Terzi: “Certamente si deve cercare di prevenire i conflitti, perché quando scoppiano sarà sempre una tragedia. Ma allo stesso tempo l’Onu, con maggiori risorse, quando un conflitto sta per scoppiare, può organizzarsi prima, e creare dei centri di raccolta dove i bambini possano rifugiarsi... È poi fondametale capire che questo avviene in tutto il mondo, non solo nelle guerre in Africa, i bambini sono sfruttati così ovunque. E l’unico rimedio a questo dramma resta la riabilitazione, la scuola e la possibilità che per esempio è stata data a noi di continuare gli studi e uscire da questo dramma”. Ishmael Beah, oltre a viaggiare per l’Unicef come Advocate for Children Affected by War, è l’autore del libro A long Way Gone, Memoirs of a Child Soldier. Ishmael vive a Brooklyn.

Durante la cerimonia che ha inaugurato una bella mostra di foto scattate in vari paesi del mondo sconvolti da conflitti armati e in cui gli sguardi di questi bambini e bambine-soldato rimarranno per sempre impresse nell’anima dei visitatori, Ishamael, Grace e Kon sono stati circondati da tanti altri loro coetanei, che hanno avuto durante l’infanzia una vita normale. Ventenni che ora hanno appena iniziato le carriere diplomatiche all’Onu e che chiedevano loro un autografo con i loro libri aperti, sotto lo sguardo compiaciuto dell’ambasciatore Terzi e dei suoi funzionari che si godevano la riuscita dell’evento per cui hanno lavorato sodo. Questa sì che è una bella figura, Italia.