STORIA/ Ghetto, nazione e identità

di Michelina Zambella

Tema storico, ma pur sempre attuale, quello affrontato dal ciclo di Seminari Gisella Levi Cahnman in Italian Jewish Studies, "Ghetto e Nazione", che, come ci spiega Natalia Indrimi, Direttrice degli Studi Italiani del Centro Primo Levi di New York, «si propone di capire i vari aspetti della dialettica tra segregazione e integrazione nell'Italia pre-moderna e moderna, rileggendo la storia dell'emarginazione della minoranza ebraica nella penisola, in funzione dell'ascesa dell'ideale nazionale italiano, europeo e sionista».

Il primo incontro di "Ghetto e Nazione", intitolato "Intorno alla Dialettica del Ghetto verso l'Integrazione: verso una nuova visione della storia culturale ebraica in Italia", si è aperto lunedì 3 novembre al Center for Jewish History di New York, con le riflessioni di David B. Ruderman, docente di Storia Ebraica moderna e Direttore del Centro per gli studi giudaici avanzati alla University of Pennsylvania.

Prima di addentrarci in questo interessante e trasversale discorso, che spazia dal religioso al culturale, dall'accademico alla storico, bisogna scoprire come e quando nascono i ghetti ebraici. Dalla seconda metà del Cinquecento in poi la Chiesa, impegnata nella Controriforma, assunse un atteggiamento rigido e intransigente anche nei riguardi degli ebrei, culminato con la bolla "Cum nimis absurdum" di Paolo IV (1555). Secondo questa, tutti gli ebrei dovevano essere rinchiusi nei ghetti, non avere più di una sinagoga, vendere ogni immobile, commerciare solo roba usata e portare il contrassegno. Il primo ghetto era già stato istituito a Venezia nel 1516, ma in seguito alla bolla fu creato quello di Roma (1555) e negli anni successivi ne vennero creati in ogni città italiana con ebrei. Iniziò così il lungo e umiliante periodo della segregazione, destinata a durare fino all'epoca napoleonica.

Ruterman nell'esporre il suo pensiero in merito al ruolo che i ghetti hanno svolto nell'Italia Rinascimentale sul concetto di nazione ebraica riprende il dibattito accademico che, da oltre trent'anni, lo vede protagonista assieme al prof Robert Bonfil. Quest'ultimo è uno storico italiano che ha criticato l'idea convenzionale del ghetto inteso come "parentesi scura" della storia degli ebrei italiani. Rifiutando quell'immagine buia che si era propagata con Cecil Roth e Attilio Milano, Bonfil e Ruderman concepiscono il ghetto come una specie di rivoluzione nella condizione ebraica.

Il ghetto segna l'inizio di un cambiamento nell'atteggiamento cristiano nei confronti degli ebrei, l'esclusione; laddove il diritto derivato dalla segregazione, ovvero un trattamento relativamente più liberale della minoranza ebraica, rappresenta un cambiamento nella stessa mentalità ebraica. Gli ebrei erano adesso più urbanizzati, concentrati nel cuore delle più grandi città italiane, più popolate, più ricche sia economicamente che culturalmente.

Nelle comunità dei ghetti, la cabala e le nuove confraternite ebraiche ebbero il compito paradossale di ristrutturare le nozioni religiose di spazio e tempo, separando il sacro dal profano e anche servendo come fattore di modernizzazione. Il ghetto si trasforma in un microcosmo dove fiorisce la più raffinata cultura ebraica della prima era moderna. È in questo "élan vital" dei portavoce della cultura ebraica italiana, sviluppatosi in secoli di integrazione, scambio e accettazione della diversità, che per Ruderman si dipana la contraddizione tra lo stato di emarginazione e la grande fioritura di creatività nei ghetti.

Il punto su cui Ruderman insiste è la fioritura di una cultura sfaccettata e originalissima a dispetto di discriminazioni, dei roghi, della censura e della costante incitazione della Chiesa a vedere negli ebrei la causa di tutti mali: «Non sarebbe potuto che accadere - dice Ruderman - in una terra (l'Italia) in cui le genti sono attratte le une dalle altre e coltivano una cultura di scambio e condivisione». Ricordandoci che "tutta la storia è storia contemporanea", Ruderman precisa come, in contrasto con l'ottimismo ed entusiasmo per i valori culturali occidentali mostrato da Roth e dai suoi contemporanei, Bonfil si discosti da questa posizione. Il rinascimento, nonostante le sue premesse, si è rivelato un universo barbarico.

«Ruderman - spiega Natalia Indrimi - è l'americano che percepisce l'elusività dei confini tra identità etnica e nazionale in un paese in cui il melting pot significa convivenza tra comunità ma non necessariamente tra persone, in cui l'identità è un'immagine pubblica e generica con la funzione di mediare le differenze».

Ruderman è un ebreo americano, che come tale non ha mai vissuto l'emarginazione né la condizione minoritaria degli ebrei europei della sua stessa generazione. È l'americano etnico cresciuto con la preoccupazione di appartenere alla nazione americana e, al contempo, di trovare quell'elemento di unicità e distinzione nell'enclave culturale dell'ebraismo americano.

Il professore ha così esposto la sua rilettura critica dell'integrazione delle comunità ebraiche italiane nel Rinascimento, vista come la responsabile della dispersione della tradizione culturale ebraica. L'emancipazione, in effetti, ha cambiato per molti altri aspetti il volto dell'ebraismo: inizia l'assimilazione e l'abbandono della antica tradizione dei padri, conservata per secoli. Gli ebrei, per considerarsi italiani fino in fondo, tendono a integrarsi completamente nell'ambiente circostante, spesso finendo per negare, consciamente o inconsciamente, la loro appartenenza. Il processo si accompagna ad una entrata massiccia degli ebrei nella società, ad esempio nelle università e in tante professioni liberali.

Ma di questo se ne parlerà a dicembre col prof. Gadi Luzzato Voghera, dell'Università di Venezia e di Boston, nel seminario intitolato "Da Ebrei a Israeliti: identità e tradizione e l'alba dell'emancipazione", cui seguirà, a marzo 2009, quello del prof. Robert Bonfil.