SOCIETÀ/ La moda è sempre di... moda

di Erica Vagliengo

Era in prima fila alle sfilate milanesi, nei posti riservati alle super giornaliste, quelle che seguono con attenzione, in religioso silenzio, ogni passaggio delle modelle, senza prendere un appunto. Quelle che poi scrivono articoli che condizioneranno la moda stessa. Lei è Fabiana Giacomotti, firma de "Il Mondo" e "Il Foglio", docente di scienze della moda e del costume all'Università La Sapienza di Roma, che dopo aver lasciato la consulenza come direttore editoriale del mensile "LOOK", sta mettendo a punto un nuovo prodotto. Una, insomma, che mastica moda tutti i giorni, da anni.

Stremata dalle settimane intense della moda?

«Abbastanza. Troppa aria condizionata, troppi sbalzi di temperatura fra le sale sfilate e l'esterno... Ma siamo tutte nelle stesse condizioni, mi pare».

Leggevo sul sito "seidimoda" de "La Repubblica" che, dalle passerelle milanesi, sono emerse tante piccole tendenze, ma nessuna forte o rivoluzionaria (...), mai come questa stagione la moda sceglie una sola strada per emergere dal mare dei dubbi: la sicurezza commerciale. E' d'accordo?

«Stiamo attenti a non paragonare la sicurezza commerciale con la mancanza di creatività. E' vero che dalle passerelle milanesi non sono uscite tendenze forti, se si vuole escludere un grande ritorno delle forme strutturate, ma mi è sembrato che la collezione di Frida Giannini per Gucci, così pulita, lineare, elegante e pratica, senza più alcuna concessione all'orpello gratuito o al particolare di pura matrice décor, fosse al tempo stesso creativa e contemporanea. Abiti che si possono piegare e infilare in un trolley senza doverci pensare troppo».

Però gli stilisti si sono sbizzarriti con gli accessori. Quindi, domanda d'obbligo: quale sarà la "IT bag" della primavera-estate 2009? Ed il "must have"?

«A dire il vero ho visto meno borse del solito in passerella. Però, mi sembra che i classici, da Bottega Veneta a Dior, appunto, abbiano dato ottime prove. Un grande ritorno-scoperta fra le fashioniste è Valextra».

Sempre restando nell'universo accessori, le modelle, in passerella, indossavano scarpe altissime. Anche le giornaliste erano ben attrezzate. Ma, oltre agli addetti ai lavori, chi si metterà scarpe dal tacco così improbabile?

«Poche, oggettivamente. Il platform sagomato, design, che verrà pubblicato su tutte le riviste la prossima estate, o i clamorosi tacchi a semicerchio in plexiglas e metallo di Roberto Rimondi e Tommaso Aquilano per Ferré, sono vere e proprie sculture che, in quanto tali, vanno indossate con una certa cautela».

Sono emersi nuovi trend sulle passerelle londinesi, rispetto a quelle parigine?

«Londra è una piazza molto difficile. Non avendo sostanzialmente produzione, riesce spesso a far emergere veri talenti (da Galliano a McQueen a Kane), ma difficilmente a sostenerli. Da Londra, infatti e non a caso, non si sa mai che cosa aspettarsi, ma non mi sembra che questa stagione sia stata particolarmente interessante, al contrario di Parigi dove è andata in scena un'eleganza femminile e raffinata».

Passando, invece, agli stilisti emergenti: chi apprezza delle nuove generazioni?

«Mi piacciono i designer che rendono le donne belle e seducenti, che valorizzano la figura e la personalità, rendendo piacevoli anche le giornate di lavoro e non solo le occasioni particolari. Mi sembra però che tutti i nuovi designer, da Gabriele Colangelo a Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi (gli ex-6267 per intenderci, e che ora guidano anche la maison Ferré) a Mina Lee di Derercuny abbiano ben chiaro questo messaggio, che è poi un'esigenza comune a molte donne. Per le occasioni speciali, invece, scelgo Giambattista Valli e tutta la nouvelle vague di designer che stanno rilanciando le storiche maison parigine, da Christophe Decarnin per Balmain a Olivier Theyskens per Nina Ricci. Ci sono designer straordinari anche negli accessori, però: Bruno Frisoni, che disegna anche per Roger Vivier, Pierre Hardy...»

Come si fa ad essere di moda, senza dilapidare un patrimonio, in questi tempi di crisi? Urge qualche buon consiglio concreto.

«Avere sempre a portata di guardaroba un buon basic - camicia bianca, tailleur pantalone, abitino nero... Il solito insomma - e investire in uno, massimo due capi "investimento" a stagione. Abiti di cui si andrà orgogliose anche fra vent'anni, quando saranno diventati vintage, e non robaccia di scarsa qualità da buttare. Meglio un capo in meno ma di grande qualità che un armadio sterminato di cosucce».

Si può salvare qualche capetto dell'estate 2008 per quella futura, oppure niente?

«Nulla di modaiolo, purtroppo. Sono cambiate forme e pesi. Per fortuna, e appunto, resiste il basic. Con una bella camicia di organza si va dalla spiaggia alla discoteca».

E arriviamo al suo libro: "Mix&Chic-Inventarsi uno stile unico" (pubblicato da Cairo Editore): ce ne parli un po'...

«Il libro... come dire, mixa una quantità di informazioni, spunti, pensieri e riflessioni nate in anni di lavoro e di amore non solo per la moda, ma per la sua storia, a partire dai materiali che ne rendono possibile la creazione. Ho avuto la fortuna di avere una mamma collezionista di capi, ma anche di frequentare fin da piccola atelier, o semplici sarte, che mi hanno trasmesso la passione per la conoscenza. Fra aneddoti e storia, suggerimenti e indirizzi utili, (spero in tutto il mondo), questo libro suggerisce come creare il proprio stile imparando a valorizzare i pregi e occultando i difetti, e mescolando capi vintage e nuovi, senza spendere dunque una fortuna. Anzi, il nostro maggiore e primo tesoro è l'armadio di casa: tutte possediamo almeno la base del guardaroba ideale: basta imparare a scegliere e, appunto, mixare. Oltre ai miei, per ogni capitolo ci sono anche i consigli di dodici stilisti, da Alberta Ferretti a Donatella Versace e Roberto Cavalli, ognuno a seconda della propria specializzazione, dai tessuti alle stampe fino ai tagli».

La moda è ancora... di moda?

«Si è trasformata in lifestyle. Ed è una bella soluzione per tutti».